venerdì 29 novembre 2013

"La bisbetica domata" di Laura Angiulli: spazio alla parola del Bardo tra comicità e Commedia dell'Arte

Buon successo di pubblico e critica per "La bisbetica domata", adattamento e regia di Laura Angiulli, in scena al Galleria Toledo di Napoli. Tra le prime commedie di William Shakespeare, di grande modernità e sperimentazione, il testo è un intrigo di scambi di ruolo, travestimenti, finzioni dall'inizio alla fine. Il tutto con una consistente dose di sagace ironia, ben evidenziata in quest'edizione. La trama è ai più nota: Petruccio (Massimiliano Gallo) arriva da Verona a Padova per sposare una donna ricca e benestante, Caterina (Alessandra D'Elia), bisbetica e intrattabile, almeno in apparenza. La Angiulli capovolge le convinzioni comuni che vogliono il Bardo molto critico e denigratorio nei confronti delle donne e lascia trasparire dalla sua Caterina grande ironia, voglia di vivere, sensibilità, cultura, intelligenza e sofisticatezza. La bravura della D'Elia rende perfettamente tutto ciò in scena in una vasta gamma di umori ed espressioni; prova ampiamente superata anche da Massimiliano Gallo, al primo testo shakespeariano della sua carriera ("Ho amato subito questa commedia da quando mi sono immerso nel suo fiume di parole, milioni di parole, che sono la vera forza del teatro di Shakespeare"). Il ruolo di Petruccio sembra cucito apposta per lui: sa come fingere il suo amore per arrivare alla ricca dote di Caterina, sa come domare quest'ultima con sapiente strategia. Ma sarà davvero lui ad averla domata o lei ad agire con scaltrezza e per opportunità coniugale, pur se realmente attratta? Nel monologo che chiude lo spettacolo Caterina sembra arrendersi, ma lo fa nascondendosi a tratti dietro una maschera inespressiva. Siamo di fronte alla dualità dell’animo femminile e alle sue contraddizioni, che si risolvono in un’apparente accondiscendenza all’autorità maschile. Ma è forse solo l'ennesima prova dell’arguzia e dello spirito di adattamento proprio del gentil sesso. D'altronde anche la dolcezza e l’obbedienza di Bianca, sorella di Caterina, appaiono illusorie. L'acredine e l’aridità di Caterina nascondono in realtà una bellissima ma fragile creatura.
 
Veloci trasformazioni di personaggio in personaggio, travestimenti e scambi di ruolo volutamente evidenti. Il meccanismo di “teatro nel teatro” è condotto dichiaratamente, così come s’annuncia già nell'ouverture dell'opera, spesso omessa in diverse messe in scena del testo, in cui un signore al ritorno da una battuta di caccia si prende gioco dell'ubriaco Sly, facendogli credere di essere ricco e potente, per il solo piacere della burla. La tavolozza di dialetti utilizzata (napoletano, padovano, barese) e gli attori che guardano negli occhi gli spettatori richiamano le maschere del teatro italiano, la Commedia dell'Arte, il teatro di strada. E forse l'universalità dell'opera. A ognuno di noi capita di travestirsi e fingere per raggiungere un obiettivo.

Ottima la compagnia intera, che ha il suo lavorare anche nell'interpretare quattordici personaggi in sette: oltre ai già citati protagonisti ci sono Federica Aiello, Giovanni Battaglia, Roberto Giordano, Stefano Jotti e Antonio Marfella. L'essenziale scenografia di Rosario Squillace, costituita soltanto da poche pedane praticabili, fa il paio con le luci di Cesare Accetta per far spazio alla parola del Bardo. 

Cristiano Esposito
 
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domenica 17 novembre 2013

La magia dei Mummenschanz tra scultura, mimo e danza al Bellini di Napoli

I Mummenschanz (dove "mummen" sta per mascherarsi e "schanz"  per fortuna: la fortuna di mascherarsi) sono un gruppo italosvizzero di artisti che anima forme nel buio utilizzando materiali poveri, di uso comune, come gommapiuma, scotch, carta igienica, fil di ferro,  cartone, tubi e tessuti. Tutto ciò e molto altro prende vita in variopinte figure e sagome, antropomorfe e non. Per il loro ritorno a Napoli dopo vent'anni mettono in scena un'antologia di una trentina di sketch rapidi e fulminanti, un mix di creazioni storiche, altre meno note e invenzioni recenti. I "musicisti del silenzio", come recita la locandina dello spettacolo, hanno la loro sede a Zurigo dal lontano 1972, quando Bernie Schürch, ritiratosi dalle scene nel giugno 2012 pur continuando oggi a lavorare come direttore artistico, Andres Bossard, scomparso nel 1992, e Floriana Frassetto decidono di dar vita ad un teatro d'avanguardia senza utilizzare né il linguaggio verbale né la musica. Non sono semplici mimi, i loro movimenti sono danza e suono immaginari che si materializzano solo nella percezione del pubblico. Cominciano con il cappello per le offerte in strada, poi la chiamata del Festival di Avignone. Furono i Mummenschanz a tenere il primo spettacolo muto al Bijou Theatre di Broadway nel 1977. E andò non male: tre anni di pienoni, dopo i quali furono costretti a lasciare sul posto una formazione alternativa per poter tornare finalmente in Europa. Nel loro curriculum quarant'anni di tournée mondiali da Teheran a Pechino, da Lima a Londra e prestigiose ospitate nei programmi televisivi americani "Sesame street" e "The tonight show". Per tornare alle collaborazioni di casa nostra citiamo quella con "Elio e le storie tese" nel video "Storia di un bellimbusto", dove appare il tubo flessibile Slinky Man, nell'immaginario comune ormai un vero e proprio personaggio. Dal 1998 esiste la fondazione "Mummenschanz", che opera per la diffusione dell'arte teatrale non verbale.
 
La formazione ammirata al Bellini annovera, oltre a Floriana Frassetto, Philipp Egli, Pietro Montandon e Raffaella Mattioli. Fondamentale il lavoro del lighting designer, Dino "Chico" De Maio, in quanto è proprio il gioco di luci a creare gran parte dell'illusone e della magia dello spettacolo. Il direttore tecnico è Jan Maria Lukas. Ad aprire il sipario sono due mani giganti che interagiscono col pubblico, lo scaldano inghiottendo qualche spettatore e suscitando immediatamente le prime risate. Assistiamo poi ad una serie di figure fantastiche che si avvicendano funzionando quasi tutte (la formula dello spettacolo tende verso la fine a creare a tratti assuefazione). E' uno spettacolo per gli occhi, una gioia per i bambini ma non solo. Da vedere più che da raccontare. Incredibile pensare che in certe sagome ci siano delle persone in carne e ossa ad animarle. I quattro mimi nascosti nel nero della scena raccontano storie mettendo in relazione di amore e guerra le forme che creano in pochi secondi. Ed ecco due maschere di  plastilina che si trasformano a vicenda manipolandosi in scena, un tubo giallo che gioca a palla con la platea facendo tornare tutti bambini per un po' e una storia d'amore tra una spina e una presa elettrica.

Il silenzio, sempre più difficile da ottenere dal pubblico di questi tempi, si riempie di risate e stupore. Non una parola, solo il rumore dei "costumi", reazioni degli spettatori a parte. Novanta minuti di gioco e fantasia, di teatro visivo e di maschera, per una messa in scena moderna e antica allo stesso tempo, senza l'ausilio di tecnologie. Un'astrazione continua senza lingue né sovrastrutture, un linguaggio universale e che funziona ovunque nel mondo. Il silenzio c'è ma non si avverte. La Frassetto racconta che una volta a fine spettacolo un signore le chiese che musiche avevano usato. Le aveva sentite anche se non c'erano. Questa è l'arte dei Mummenschanz, ispirata dalla vita, dalla comunicazione dell'essere umano, il cui pennello è intinto nella scultura, nella danza e nel mimo. Uno show per tutti, dove la purezza del gesto conquista con semplicità e genio. 
 Cristiano Esposito
 
                                             
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mercoledì 6 novembre 2013

"L'amore è un cane blu": il western balcanico di Paolo Rossi in scena al Bellini di Napoli

Il nuovo spettacolo di Paolo Rossi, intitolato "L'amore è un cane blu - La conquista dell'Est", ci porta sull'altopiano del Carso, tra grotte, fiumi sotterranei, rovi e pietre. Un luogo dove si respirano ancora le fiabe degli amanti perduti e delle passioni tradite. Ed è una storiella del genere a fungere da canovaccio esile per i guizzi del comico friulano, che saranno maggiormente apprezzabili nel secondo atto nonostante la sua creatività appaia notevole per tutto l'arco della messa in scena.

Si comincia a sipario aperto, con l'orchestra di liscio balcanico "I virtuosi del Carso" diretta dal maestro Emanuele Dell’Aquila (ottimo anche in veste di attore e spalla di Rossi) che trascorre la sua mezz'ora di concentrazione sul palco e non nei camerini,vagando e facendo ciò che le pare senza curarsi troppo del pubblico che inizia a occupare la sala. "Siamo in prova" recita un cartello in alto, e lo spettacolo in effetti si presenta come un work in progress dove l'unico punto fermo è la storiella di cui sopra, o almeno così deve sembrare. “Un concerto visionario popolare lirico e umoristico”, lo ha definito Paolo Rossi, che parte dai ricordi della sua infanzia per raccontare l'Italia di oggi, priva di passione ed entusiasmo ma con tanto caos. E abbastanza caotico è anche lo spettacolo, un vero e proprio delirio organizzato. Il titolo nasce da un sogno dell'attore, che solo successivamente ha scoperto che un cane blu era anche al centro di una storia mitica narrata proprio nell'altopiano carsico. Un cane che si innamora della bora e gli resiste, gli si oppone fino a diventare appunto blu. La satira politica e sociale si alterna ai suggestivi brani eseguiti da "I virtuosi del Carso" (Emanuele Dell'Aquila, Alex Orciari, Stefan Bembi, Denis Beganovic, Mariaberta Blašković e David Morgan). La voce di Paolo Rossi li puntella con passione, con la stella del suo maestro Enzo Jannacci sempre ben accesa in sala. Nelle parole, nella mente e nel cuore.
 
Paolo Rossi porta in teatro la sua terra, luogo di miti e di lucida follia che può ispirare la comicità, insaporita di western ("da bambino sul Carso giocavo agli indiani e ho sempre sognato di interpretare un western. Ecco, questo è un western balcanico") e psichedelia ("oggi le vie dell'inconscio sono strafatte"). L'amore è difficile da trovare e immaginare proprio come un cane blu; per arrivarci bisogna cercare di non perdersi, e per non perdersi il modo migliore è non sapere mai dove si sta andando. Il futuro è tutto da inventare, è chissà che non intervengano davvero le Brigate Clown Criminali a far riemergere la passione e la cultura, a combattere la guerra per riacquistare il senso delle parole. A farci tornare più popolo e meno pubblico. Con "pistola y corazon", ultima canzone dello spettacolo, tributo al rivoluzionario messicano Emiliano Zapata. In fondo anche dopo i Borgia ci fu il Rinascimento. Uno spettacolo originale e visionario, con diversi momenti esilaranti, su tutti la spiegazione a Berlinguer di cosa è successo al partito negli ultimi ventinove anni, che potrebbe diventare un film (nell'intervallo, sempre a sipario aperto, si è tenuto un casting semiserio). Tutto a questo punto, anche l'erba psicotropa generata dagli escrementi delle vacche che ritorna a più riprese nel corso della rappresentazione, potrebbe essere utile a generare il cambiamento che aspettiamo ormai da tanto, troppo tempo. E lui, Paolo Rossi, non lascia niente di intentato:  “In Italia ormai siamo ai confini della realtà, siamo come confinati dietro a un muro. Noi cerchiamo di aprire un piccolo foro in questo muro”.

Cristiano Esposito

                           
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venerdì 1 novembre 2013

La crisi della fede e dei valori secondo Carlo Buccirosso al teatro Cilea di Napoli


Ogni spettacolo di Carlo Buccirosso ti incolla alla poltrona, ti prende dall’inizio alla in un turbinio di risate, emozioni e colpi di scena, ti rapisce grazie alla costruzione sapiente dell’intreccio e alla caratterizzazione accurata di ogni singolo personaggio. Raramente capita di uscire dalla sala con tanto divertimento, tanta ammirazione, tanti pensieri e riflessioni di un certo spessore che frullano in testa. Al grande favore del pubblico non corrisponde però una risonanza di uguale portata che pure le sue commedie meriterebbero, come e più di come accade per altri. Ma forse tutto ciò è voluto proprio da lui, Carlo Buccirosso, professionale, meticoloso e rigoroso proprio come il suo teatro. Non appare molto in tv, non partecipa al grande circo dello spettacolo, tutto lustrini ed eventi mondani. Semplicemente fa il suo teatro, in cui mette tutto sé stesso dimostrando il grande rispetto che ha del pubblico, il quale non è stupido e capisce e apprezza questo grande professionista. Oltre alle sue strepitose interpretazioni, che spaziano con grande disinvoltura dalle sfumature divertenti del personaggio che si è cucito addosso da sempre, e che forse è lui stesso, con tempi e modi comici irresistibili, ai toni drammatici e di grande impatto emotivo, c’è la sua drammaturgia e la sua regia. Tutto molto ben congegnato, elaborato, senza lasciare nulla al caso.
 
“Finché morte non vi separi” è ambientato in un piccolo paese di provincia (da una battuta di Saverio, promesso sposo di Carolina, pare essere Pollena Trocchia), dove Don Guglielmo (Carlo Buccirosso) sta per celebrare il matrimonio dell’anno tra due giovani di famiglie ben in vista. Qualcosa non andrà per il verso giusto, forse a causa di un'improvvisa discordia tra i promessi sposi,  forse solo per via di un semplice inciucio di paese, o magari per la classica intrusione del terzo incomodo. Spetterà al povero parroco, intralciato/aiutato dalle indagini via internet di sua sorella Rosa (Tilde De Spirito), dallo stravagante sagrestano (Davide Marotta) e dal suo chierichetto (Giordano Bassetti), tenere a bada le due famiglie e riportare sulla retta via Carolina (Claudiafederica Pretella) e Saverio (Sergio D’Auria). La sagrestia, luogo in cui si avvicendano i componenti delle due famiglie, diventerà il luogo metaforico in cui si riflettono le distorsioni di una società sempre più in preda a un decadimento di valori, dove la prima preoccupazione è la salvaguardia dell’idea che ognuno di noi cerca di dare di sè stesso agli altri. Questo nonostante ognuno abbia i suoi scheletri nell’armadio e reciti nella vita di tutti i giorni con ipocrisia nei falsi rapporti interpersonali che intercorre. Si genera così quasi automaticamente l’inciucio, quello che Don Guglielmo descrive come l’ottavo peccato capitale, perché “Gesù Cristo stesso è stato vittima del più grande inciucio della storia”. E non si salva nemmeno chi non prende posizione e non si schiera, perché complice nell’alimentare il meccanismo perverso che trasforma i pregiudizi e le calunnie in verità incontrovertibili. E’ questo che Don Guglielmo dice ai personaggi in scena ma anche al pubblico, al quale sul finale chiede di alzarsi per partecipare attivamente alla funzione che commemora il padre dello sposo (Gianni Parisi, mentre a impersonare sua moglie è Graziella Marina; il padre della sposa è Gino Monteleone), che non regge ai tanti dispiaceri e prima di morire biascica un “Te piace ‘o munaciello?” alla maniera di Luca Cupiello al terzo atto della celebre commedia eduardiana. Tutti in piedi quindi, o quasi, uniti in una preghiera collettiva contro i pregiudizi e l’inciucio mentre la platea si trasforma in una navata di una chiesa. Argomenti serissimi ma conditi dalla tipica comicità di Buccirosso che rende il tutto digeribile facilmente ad ogni tipo di spettatore.  Di grande effetto le scene di Gilda Cerullo, quattro ambienti completamente diversi che nel secondo atto cambiano a sipario aperto in pochi secondi. Le musiche originali, gradevolissime, sono di Bruno Lanza e Leo Barbareschi, i costumi di Zaira De Vincentiis, le luci di Francesco Adinolfi.
 
Uno spettacolo attualissimo, con i soliti guizzi geniali di Carlo Buccirosso (“’O munaciello è peggio di Equitalia, s’arrobba tutt’ cos’!”), sulla crisi della fede e dei valori, sull’omosessualità, sulla privacy impossibile specie nei paesini ai tempi di Facebook, sulla situazione non florida nemmeno nella chiesa, che assomiglia sempre più ad un teatro farsesco. Risate e contenuti validi, come raramente se ne trovano in testi nuovi, originali; per tutto questo ci risulta difficile credere che il bravo Buccirosso faccia sul serio quando, in alcune battute della rappresentazione, mostra di non gradire particolarmente il cinema di Nanni Moretti. Oltre due ore di commedia senza pause, fin quando Don Guglielmo annuncia a tutti i presenti che “la messa in scena è finita, andate in pace” e sul chiudersi del sipario abbraccia affettuosamente il personaggio che si è rivelato gay, che non nominiamo per non rovinare una delle tante sorprese. Lunghi, generosi applausi per Carlo Buccirosso alla sua prima al Cilea di Napoli; lui ringrazia rigorosamente, a modo suo, fa prendere tanti applausi anche alla sua bella compagnia, non parla ma lascia parlare la soddisfazione del suo pubblico, il teatro, la vita.

Cristiano Esposito
 
                        
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