mercoledì 23 dicembre 2015

Carlo Buccirosso mattatore natalizio al Diana di Napoli

Il titolo dello spettacolo di Carlo Buccirosso, in scena in queste festività natalizie al teatro Diana di Napoli, poteva lasciar immaginare un sequel de “I compromessi sposi”. Così si chiamava la parodia del romanzo di Manzoni che lo stesso attore e regista portò sul palcoscenico nel lontano 2006, sempre con una produzione firmata Ente Teatro Cronaca. Invece, “Il divorzio dei compromessi sposi” ne è un’edizione riveduta e leggermente corretta, con un cast diverso. Gli ingredienti più efficaci restano più o meno gli stessi di nove anni fa. Innanzitutto il grande ritmo che il Buccirosso regista imprime a questo ben confezionato incastro di recitato, balli e canti. Poi la grande varietà di accenti e inflessioni italiane con cui parlano gli attori, le gag incentrate su un personaggio di Don Rodrigo che il protagonista rende irresistibile, gli accenni qua e là ad una satira sottile che tocca temi attuali ed il talento di cantanti, ballerini e coreografa (Rita Pivano). Funzionano anche le canzoni moderne e meno moderne il cui testo è stato riscritto e adattato alle esigenze della narrazione, da Renato Zero a De Andrè, passando da Charles Aznavour, alcuni canzoni classiche partenopee, Pino Daniele, Massimo Ranieri e Laura Pausini. Uno dei motori comici sono anche le incursioni nel futuro dei discorsi dei personaggi, che appaiono coscienti di vivere un passato lontano (vedi, ad esempio, situazioni e battute sul selfie e sulla ricezione del cellulare).

In questa occasione Buccirosso abbassa un attimino l’asticella, dopo commedie pur sempre comiche ma anche dai temi più impegnati quali “Finché morte non vi separi”, “Una famiglia...quasi perfetta!” e “Il miracolo di Don Ciccillo”. E spinge anche un po’ in più sul pedale del doppio senso. Il risultato che consegue è comunque lo stesso: un grande riscontro da parte del pubblico, che ride fino alle lacrime e lo acclama meritatamente dopo il finale. Assieme a lui in scena un cast davvero notevole: attori navigati come Rosalia Porcaro, Gino Monteleone, Nunzia Schiano, Peppe Miale e Antonio Pennarella; altri più giovani ma facenti parte della sua scuderia da anni, come Claudafederica Petrella, Giordano Bassetti e Giuseppe Ansaldi; un gran bell’ensemble composto dalla splendida voce di Alessandra Calamassi e da Elvira Zingone, Alessia Cutigni, Alessia Di Maio, Sergio Cunto, Mauro De Palma, Matteo Tugnoli e Giancarlo Grosso. Le musiche sono di Diego Perris, le scene di Gilda Cerullo, i costumi di Maria Pennacchio e le luci di Francesco Adinolfi.

Cristiano Esposito
 
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sabato 28 novembre 2015

Risate in salsa romanesca al Cilea di Napoli, con Pannofino in “I suoceri albanesi”

francesco pannofino i suoceri albanesi teatro napoliUna simpatica commedia sul razzismo al contrario, questa “I suoceri albanesi – ...due borghesi piccoli piccoli” di Gianni Clementi diretta da Claudio Boccaccini, in giro per l’Italia già da oltre un anno. Comincia con il capofamiglia borghese Lucio, consigliere comunale progressista, che prepara un discorso sull’immigrazione da tenere davanti all’assessore Faccini, assonante magari in maniera casuale con Salvini. Sua moglie Ginevra è una chef che segue fino all’ossessione la nouvelle cuisine mentre sua figlia Camilla raramente alza lo sguardo dal display del suo smartphone; e quando lo fa è per inveire contro i genitori. L’esigenza di dover fare dei lavori al bagno di servizio di casa fa imbattere la famigliola in due idraulici albanesi, padre e figlio. Comincia qui la danza del capovolgimento dei luoghi comuni sugli stranieri. O meglio solo di quelli relativi agli albanesi, in quanto l’idraulico padre oltre a rivendicare la sua onestà e il suo essere in piena regola lancia invettive contro zingari e persone di colore. Suo figlio, intanto, intreccerà una storia con Camilla addolcendone i tratti caratteriali e intensificando lo scontro tra culture diverse.

In questa messa in scena, composta da tanti quadri brevi intervallati da un semibuio, sorprendono per bravura i comprimari Andrea Lolli e Maurizio Pepe. Ma al tempo stesso si dimostrano all’altezza Silvia Brogi, Filippo Laganà ed Elisabetta Clementi. La simpatia e la verve romanaccia di Francesco Pannofino, che talvolta adopera parole troppo colorite per strappare la risata, sono poste al centro di tutto coadiuvate dalla valida Emanuela Rossi. I due sono accomunati anche dal fatto di essere esponenti di spicco del doppiaggio.
Una simpatica commedia sul razzismo al contrario, questa “I suoceri albanesi – ...due borghesi piccoli piccoli”di Gianni Clementi diretta da Claudio Boccaccini, in giro per l’Italia già da oltre un anno. Comincia con il capofamiglia borghese Lucio, consigliere comunale progressista, che prepara un discorso sull’immigrazione da tenere davanti all’assessore Faccini, assonante magari in maniera casuale con Salvini. Sua moglie Ginevra è una chef che segue fino all’ossessione la nouvelle cuisine mentre sua figlia Camilla raramente alza lo sguardo dal display del suo smartphone; e quando lo fa è per inveire contro i genitori. L’esigenza di dover fare dei lavori al bagno di servizio di casa fa imbattere la famigliola in due idraulici albanesi, padre e figlio. Comincia qui la danza del capovolgimento dei luoghi comuni sugli stranieri. O meglio solo di quelli relativi agli albanesi, in quanto l’idraulico padre oltre a rivendicare la sua onestà e il suo essere in piena regola lancia invettive contro zingari e persone di colore. Suo figlio, intanto, intreccerà una storia con Camilla addolcendone i tratti caratteriali e intensificando lo scontro tra culture diverse.


francesco pannofino i suoceri albanesi teatro napoli
In questa messa in scena, composta da tanti quadri brevi intervallati da un semibuio, sorprendono per bravura i comprimari Andrea Lolli e Maurizio Pepe. Ma al tempo stesso si dimostrano all’altezza Silvia Brogi, Filippo Laganà ed Elisabetta Clementi. La simpatia e la verve romanaccia di Francesco Pannofino, che talvolta adopera parole troppo colorite per strappare la risata, sono poste al centro di tutto coadiuvate dalla valida Emanuela Rossi. I due sono accomunati anche dal fatto di essere esponenti di spicco del doppiaggio.

L’happy end non aggiunge niente alla narrazione degli ultimi dieci minuti di spettacolo ma il pubblico si diverte, gradisce la storia e le caratterizzazioni e apprezza la bravura degli interpreti. I costumi sono di Antonella Balsamo e Gai Mattiolo per Emanuela Rossi, le luci di Aurelio Rizzuti

 
Cristiano Esposito
 
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giovedì 19 novembre 2015

Latella torna a Fassbinder e al suo teatro allucinato: “Ti regalo la mia morte, Veronika” al Bellini di Napoli

teatro antonio latella fassbinder ti regalo la mia morte veronikaUn ritorno al teatro allucinato, l’ha definito Antonio Latella. E “Ti regalo la mia morte, Veronika” è principalmente una fusione di realtà, allucinazione, ricordi e sogno che ci fa ripercorrere la storia e la morte di Veronika Voss, protagonista del film omonimo del 1982 di Rainer Werner Fassbinder.  Veronika è una diva del cinema di propaganda nazista sul viale del tramonto, che rincorre schizofrenicamente un passato di celebrità e di successo. La sua morte non avverrà dopo una festa, come nel film, ma si presenterà come la scelta precisa di fare un regalo al pubblico, il quale ne godrà e l’applaudirà in maniera ambigua e un po’ perversa come sempre accade. E’ racchiuso in tutto ciò il titolo che Latella dà alla messa in scena, che può essere visto come un saluto firmato dalla protagonista oppure come un pensiero indirizzato dal regista Fassbinder, morto per overdose di cocaina e sonniferi, alla sua eroina.
 
Dopo l’allestimento, datato 2006, di  “Le lacrime amare di Petra Von Kant” (tratto da un film del 1972), il regista stabiese torna ad occuparsi dell’universo fassbinderiano e dei suoi fantasmi, che teatralmente parlando sono incarnati da Čechov (sul quale ironizzano i personaggi in scena), Goldoni, Ibsen e in parte dalla tragedia greca. Latella riformula il melodramma portando il pubblico a rifletterci su senza perdere in aspetti emozionali. La quarta parete viene subito abbattuta in apertura, con le prime battute rivolte agli spettatori in modo irriverente. Che Veronika debba arrivare a morire si sa fin dall’inizio ed è ciò che tutti aspettano (“commuovere è il mio mestiere, io posso piangere tutte le lacrime che volete”), ma in mezzo c’è tutto un percorso da raccontare e far vivere agli spettatori. I quali vengono poi, nel finale, trasportati in un aldilà popolato dalle eroine del cinema fassbinderiano, tutte morte tragicamente. In questo limbo, dominato da un grande albero ai piedi del quale si svolge un picnic, si parla ironicamente del regista tedesco in una sorta di rivincita dei personaggi femminili su chi li ha partoriti.
  
L’adattamento di Antonio Latella e Federico Bellini adotta in un misto di italiano e tedesco un linguaggio didascalico, per cui è come se a tratti il pubblico assistesse alla lettura di una sceneggiatura cinematografica. Tutto ci riporta dentro alle allucinazioni di Veronika, dietro il tema principale dell’infelicità e del mondo dello spettacolo. A partire dai sei gorilla bianchi che ricordano Kubrick e la morfina di cui abusa la protagonista. Fassbinder è presente nella sala cinematografica dell’inizio e incarnato nella macchina da presa che su di un carrello percorre più volte la scena avanti e indietro. Ma che non può più riaccendersi una volta spenta, nemmeno quando Veronika le implora di farlo.
 
In scena, oltre alla protagonista Monica Piseddu, Annibale Pavone, Valentina Acca, Candida Nieri, Caterina Carpio, Nicole Kehrberger, Fabio Pasquini, Maurizio Rippa, Massimo Arbarello, Sebastiano Di Bella e Fabio Bellitti. Le scene sono di Giuseppe Stellato, i costumi di Graziella Pepe, le musiche di Franco Visoli e le luci di Simone de Angelis. 

Cristiano Esposito

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martedì 17 novembre 2015

“E’ tutta una farsa”: da Petito a Troisi, Gianfranco Gallo celebra al Cilea la grande tradizione comica napoletana

farsa Petito Massimiliano Gallo Gianfranco Gallo teatro napoli comici
Mix tra tradizione e innovazione, citazioni e rimandi illustri, teatro e cinema, commedia dell’arte, filosofia, canto; e poi un ottimo cast, accompagnato da scenografie e costumi di pregevole fattura. Gianfranco Gallo ha voluto mettere dentro al suo nuovo spettacolo, “È tutta una farsa – ovvero Petito’s play”, davvero tante cose insieme. Una enorme maschera di Pulcinella bianca (cinque metri per tre e mezzo) si apre in due metà a inizio spettacolo, svelando le scene srotolate da un carrozzone da commedia dell’arte e i personaggi che le popoleranno. E parte, sul filo rosso di un’esile trama, quello che lo stesso Gallo intende definire teatro di “Oltradizione”, che viene dall’Oltre ed è diretto ad Oltre, mirando tra l’altro a trasmettere la ricchezza del passato guardando in avanti. Il suo mezzo privilegiato è la comicità, il lazzo, l’improvvisazione che si avverte diverse volte in scena e travolge nella risata anche gli stessi attori. Questa volta la lente di ingrandimento di Gianfranco Gallo si posa sui Petito e sulla farsa, sui battibecchi e sui travestimenti quali meccanismi comici posti in primo piano.
  
L’unione è tra i due filoni del teatro comico napoletano di tradizione, attraverso l’intreccio di “Na campagnata ’e tre disperate” e “Inferno, Purgatorio e Paradiso” di Antonio Petito e i personaggi reali e senza maschera, con un copione scritto che comunque comanda le operazioni, di Eduardo Scarpetta. Gianfranco e suo fratello Massimiliano sanno già dall’inizio dove inventare e dove non tradire il copione (“l’invenzione è il diamante, il testo è la struttura in oro in cui viene incastonato”, scrive Gianfranco Gallo in un curatissimo e raffinato programma di sala), infarcito di omaggi e citazioni che in un’atmosfera in stile ‘800 conducono a braccetto generazioni diverse di illustri comici. Da Petito si arriva a Totò (quello dei travestimenti di “Miseria e nobiltà” e di “Totòtruffa ‘62”), a Massimo Troisi (citato da “La natività” de La smorfia ma anche da “Non ci resta che piangere” e “Pensavo fosse amore invece era un calesse”) e ai baffi dei fratelli De Rege e di Groucho Marx. C’è anche una partita a scopa che forse richiama “L’oro di Napoli” e Vittorio De Sica. Tutta gente, insomma, che faceva ridere di gusto anche improvvisando in coppia, perché conosceva bene e anche al di fuori del lavoro il suo partner, che fosse un suo parente o meno. Ma i fratelli Gallo ci mettono molto di loro: di grande effetto risulta ascoltare battute legate all’attualità (quando vengono citati i matrimoni gay in Spagna, ad esempio) da attori nei panni di antichi commedianti. L’omaggio si estende al repertorio musicale napoletano comico all’inizio del secondo atto, con Gianfranco e Massimiliano che cantano la “Dorge sirinata” di Armando Gil. E alla poesia di Totò “’A cchiu’ bella”, musicata da Giuni Russo e magistralmente interpretata in scena da Bianca Gallo. 

In scena, tutti brillanti nel loro ruolo, Gianluca Di Gennaro, Bianca Gallo, Arduino Speranza, Anna De Nitto, Ursula Muscetta e Francesco Russo. Le scene sono di Clelio Alfinito, i costumi, davvero notevoli e talvolta cambiati in scena dagli interpreti che si camuffano, di Francesca Romano Scudiero, le luci di Cesare Accetta e le musiche di Paco Ruggiero. Uno spettacolo esilarante, incalzante specialmente nel primo atto, che riesce efficacemente a rispolverare e a salvaguardare il teatro comico napoletano con la “c” maiuscola e a donargli nuova vita nel solco di una tradizione d’arte di inestimabile valore.

Cristiano Esposito
 
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giovedì 5 novembre 2015

“La musica provata”: i ricordi di Erri De Luca accompagnati dalle note al Bellini di Napoli

E’ un Erri De Luca in grande forma quello reduce dall’assoluzione nel processo per la presunta istigazione al sabotaggio della TAV. Calca il palco del teatro Bellini di Napoli con la sua solita sicurezza, la sua imperturbabilità, la sua sottile ironia che fa capolino qua e là tra i suoi racconti srotolati con buone doti affabulatorie. In “La musica provata” mette in corto circuito la musica e la sua vita, attraverso le canzoni scritte da lui, arrangiate da  Stefano Di Battista e cantate da Nicky Nicolai. Canzoni che servono a Erri De Luca per affilare i ricordi, che nascono da versi che contengono già in sé stessi una musicalità che, dice, suggerisce con grande facilità la melodia da applicarvi. Un esempio lampante viene da “Abbracciati”, componimento del poeta bosniaco Izet Sarajlić.

La musica aiuta a piantare determinate parole nella mente delle persone, come avviene per certe futili canzonette, e aiuta anche a renderle “lecite” senza far indignare nessuno. Come afferma De Luca, magari canticchiate su una musichetta le sue parole sulla TAV non avrebbero sollevato alcun polverone. E le note accompagnano tutti gli argomenti di questa intima conversazione musicale dello scrittore col pubblico. De Luca riprende alcune riflessioni dal suo libro “In nome della madre”, con l’analisi delle figure di Maria, Giuseppe e Gesù.  Parla poi del suo rapporto col canto, propone una sua rivisitazione (nel ritornello) della classicissima “I' te vurria vasà”, ricorda la Napoli della sua infanzia che ha formato i suoi primi sentimenti, San Gennaro, il rapporto col Vesuvio, la canzone napoletana “ammaccata” dalle
donne. Recita Salvatore Di Giacomo, racconta il suo essere cittadino del Mediterraneo attraverso le tragedie di Lampedusa e infine imbraccia la sua chitarra napoletana, datata 1964. Con sua figlia Aurora canta la sua “Ballata per una prigioniera”, prima di congedarsi dal pubblico con “Arrivederci fratello mare”, in cui i versi del poeta turco Nazim Hikmet vengono musicati dolcemente e ribaditi da alcune piacevoli incursioni in voce del cantautore Claudio Baglioni. La band è formata da Roberto Pistolesi alla batteria, Daniele Sorrentino al basso e Andrea Rea al pianoforte.

Come sempre avviene con uno spettacolo di Erri De Luca a teatro, la sensazione che resta è quella di aver assistito ad un evento speciale, in un’atmosfera non comune, e di tornarsene a casa ammirati e arricchiti almeno un po’ nella mente e nello spirito.

Cristiano Esposito

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venerdì 30 ottobre 2015

Il favoloso mondo di Brachetti tra magia, comicità e poesia al Diana di Napoli

arturo brachetti teatro diana napoli brachetti che sorpresa
La stagione dei numeri uno al teatro Diana di Napoli prosegue con il trasformista torinese Arturo Brachetti, col suo "Brachetti che sorpresa!". E proprio Napoli fu la prima grande città ad accogliere questo nuovo lavoro del ciuffo più famoso d'Italia nella primavera del 2014. Da allora resta la scenografia in video mapping  raffigurante le cataste di valigie impilate in un luogo misterioso e i compagni di palco ma cambia molto altro. Questa volta nella valigia che Brachetti smarrisce e recupera a fine spettacolo non ci sono i ricordi ma le sue varie personalità: il giovane illusionista Luca Bono è l'Arturo bambino che ha sempre creduto e crede tuttora nella magia, mentre i clowneschi Lucchettino (Luca Regina e Tino Fimiani) e il prestigiatore comico nonsense Francesco Scimemi rappresentano la sua follia e la sua fantasia. Kevin Moore interpreta invece 328 (gioco di numeri che sembra ricordare l'età attuale del trasformista: 58 anni), deus ex machina e cicerone dello strano limbo che fa da scenario alla rappresentazione. Brachetti intervalla con le performance di questi ultimi i suoi numeri più celebri come il quick change di costumi dai vari paesi del mondo, le ombre cinesi, l'omaggio al western, il sand painting (con omaggio finale a Napoli e a Lucio Dalla) e il volo lungo tutto il boccascena. La novità più gradevole e strabiliante sono i giochi con la luce, attraverso l'utilizzo di proiettori in 3d coreografati in maniera splendida con i movimenti dei protagonisti sul palco, che inscenano uno scontro quasi in stile Matrix.

"Brachetti che sorpresa!" vuole essere, nelle sue intenzioni, un po' di tutto: varietà comico, spettacolo di trasformismo, illusionismo, magia e prestidigitazione con spruzzi di poesia e facili giochi di parole qua e là. La regia di Davide Calabrese ha compattato e legato maggiormente il tutto rispetto alla prima edizione, ma inevitabilmente il centro nevralgico e l'attrazione principale resta il sorprendente Brachetti. La cui arte, come scrissi qualche anno fa, è un buon motivo per sbrigarsi a fare dei bambini cui regalare un suo spettacolo, che comunque scatena potentemente uno stupore senza età.


Cristiano Esposito

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lunedì 19 ottobre 2015

Ficarra e Picone aprono le porte del cielo e della stagione del Diana di Napoli

apriti cielo ficarra picone teatro diana napoli
Ficarra e Picone sono soltanto i primi due grandi nomi che compongono il cartellone del teatro Diana di Napoli per questa stagione 2015/2016. I due comici siciliani, tra i più quotati in Italia, sono tra i pochissimi a proporre una certa dose di autentica satira di costume e attualità (vedi il loro ultimo film “Andiamo a quel paese”) e ad evitare agilmente la facile retorica. In “Apriti cielo” questa satira è presente meno del previsto, per uno spettacolo principalmente di evasione e divertimento, retto mirabilmente dall’incalzare dei battibecchi dei due protagonisti.  Questa rappresentazione che gira i teatri italiani già da qualche anno è divisa in tre quadri e vede Ficarra e Picone nei panni di due strampalati tecnici della tv alle prese con un cadavere, ma anche in quelli del prete e del chirichetto che celebreranno i loro funerali. Un testo surreale, grottesco, con spruzzi di humour nero qua e là, che colpisce prevalentemente  una certa religiosità rigida e indottrinata che ci propinano fin da piccoli, ma anche gli stereotipi degli uomini del sud, uno su tutti quello della gelosia. Una riflessione sulla spiritualità e su quello che c’è (o non c’è) nell’aldilà, sull’amicizia e su un undicesimo comandamento che dovrebbe recitare: ricordatevi di essere felici. Nell’ultimo quadro Ficarra e Picone, che i costumi di Daniela Cernigliaro ci presentano con veli azzurri e legati a palloncini ad elio, si ritrovano nell’antisala di un paradiso che non viene risparmiato dalla burocrazia imperante qui sulla terra.

I due piacciono ad un pubblico veramente trasversale perché impersonano due uomini semplici, veri, ognuno con le proprie debolezze e i propri tic. E camminano nel solco della grande tradizione comica italiana che oggi pare quasi dimenticata, strizzando l’occhio a Totò e Peppino. Sono insomma portatori sani di un garbo e un’arte sempre più rari, da oltre vent’anni.  Inevitabile per il pubblico del Diana applaudire con vigore e lasciare la sala con piena soddisfazione. In attesa di stupirsi con un altro big a partire dal 28 ottobre: il trasformista torinese Arturo Brachetti.

Cristiano Esposito

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domenica 9 agosto 2015

Grande successo per i fratelli Gallo al Maschio Angioino con “Una comicissima tragedia”

gianfranco gallo massimiliano gallo una comicissima tragedia petito scarpetta francesca da riminiSold out, spettatori in piedi e cancelli aperti per l’unica data al Maschio Angioino dei fratelli Gallo. In scena il loro cavallo di battaglia “Una comicissima tragedia”, rivisitazione scritta e diretta da Gianfranco Gallo della farsa “Francesca da Rimini” di  Antonio Petito. L’opera fu già riattualizzata dai fratelli Giuffrè nel corso degli anni ’80 e interpretata proprio da Gianfranco e Massimiliano Gallo nel 1990 per la regia di Aldo Giuffrè. Il successo riscosso in questa caldissima estate napoletana testimonia ancora una volta che la tradizione teatrale napoletana proposta da validi attori, opportunamente rimodulata per i giorni nostri soprattutto per ciò che concerne lazzi e linguaggio, funziona ancora e riempie ancora le platee.

Una rappresentazione che ricorda il passaggio dal Pulcinella mascherato di Petito ai personaggi a viso scoperto di Eduardo Scarpetta, per un teatro che resta popolare ma che si avvicina allo stesso tempo alla borghesia. Essenziale la trama: una compagnia italiana sta per inscenare la tragedia di Silvio Pellico “Francesca di Rimini” ma a causa di alcuni litigi nei camerini gli attori lasciano il teatro. La “pezza a colori” verrà a questo punto posta in maniera esilarante da una compagnia di guitti napoletani non avvezza al genere drammatico. Si ride col meccanismo del teatro nel teatro, con gli attori seduti tra il pubblico, con una buona dose di recitazione a soggetto in stile commedia dell’arte e con alcuni elementi del varietà. Uno dei segreti è il ritmo perfetto che si nota specialmente al secondo atto, quello della prova della tragedia, con le voci degli attori che si rincorrono rapide e si incastrano alla perfezione anche quando vanno a braccio.

Assieme ai fratelli Gallo troviamo Franco Pinelli nei panni di un suggeritore che ricorda l’Attilio di “Uomo e galantuomo”, suo figlio Domenico, Gianluca Di Gennaro (che si conferma versatilissimo nel ruolo di un omosessuale) e Bianca Gallo. Il prossimo appuntamento per ammirare nuovamente su un palco napoletano una delle ultime famiglie d’arte sarà dal 12 novembre al teatro Cilea per lo spettacolo “E’ tutta una farsa! (ovvero: Petito’s Play)”.

Cristiano Esposito

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lunedì 29 giugno 2015

NAPOLI TEATRO FESTIVAL 2015 - Tolcachir torna a Napoli con "Dinamo"

tolcachir dinamo napoli teatro festival 2015Dopo il successo del 2012 il regista e drammaturgo argentino Claudio Tolcachir torna a Napoli, dove il Teatro Festival ha scelto di coprodurre Dinamo, la sua ultima creazione. Scritto e diretto nell’arco di un anno in collaborazione con Melisa Hermida e Lautaro Perotti, lo spettacolo è un viaggio nel mondo di tre donne diverse e sole, sospese tra lucidità e follia. Il titolo, che inizialmente doveva concretizzarsi anche sulla scena con un oggetto reale, indica la forza manuale, la lavorazione quasi artigianale, che genera la magia che  gli autori volevano legasse i tre personaggi. La roulotte immersa nel nulla ricostruita da Gonzalo Cordoba Estévez è la casa di Ada (Marta Lubos), un’ex cantante che si ritrova a dover ospitare sua nipote Marisa (Daniela Pal), ex tennista che non sa se i suoi genitori sono morti per un incidente o per un suicidio seguito ad una sua sconfitta ad un torneo giovanile. Ada spesso afferra il microfono alla ricerca dell’ispirazione e delle note che la riportino forse ai fasti di un tempo, mentre si chiede dove sia finita la sua voce. Marisa dovrebbe allenarsi per riprendere a giocare a tennis, ma riesce soltanto a farsi male. E c’è un terzo personaggio, Harima (Paula Ransenberg), giunta da un paese lontano che a giudicare dalla lingua (inventata) sembrerebbe dell’est. Harima vive negli angoli nascosti della roulotte, appare e scompare quasi come un “munaciello”, fin quando non viene vista dalle altre due.
 
Tre personaggi strani che condividono tra loro unicamente uno stesso luogo fisico, che non riescono a comunicare, immersi soltanto nelle proprie preoccupazioni e nei propri interessi volti a rimettere insieme i pezzi di un’esistenza lacerata. Emblematici sono a questo proposito i quadri in cui le tre attrici sono tutte in scena contemporaneamente in luoghi diversi della pur piccola roulotte, separate, divise, sole. Alla fine Harima risulterà la meno strana delle tre e riuscirà ad aiutare in qualche modo le due coinquiline, ad accorciare le distanze, a scavalcare qualche muro. Ada utilizzerà i suoni della sua lingua per comporre canzoni, mentre una Marisa immobilizzata dagli infortuni domestici riuscirà a mangiare soltanto attraverso il suo aiuto.
  
Joaquin Segade tira fuori qualsiasi suono o effetto possibile dalla sua chitarra elettrica per accompagnare le bizzarie della trama e dei personaggi. Il maggior pregio della messa in scena, a parte una certa originalità dell’idea di partenza, è la leggerezza con cui tocca argomenti drammatici. C’è tanta comicità tragica, come quando Marisa, che sostiene di aver visto in passato “i morti”, prima crede che Harima sia una creazione della sua mente e poi è convinta di trovarsi davanti ad una defunta. Inevitabile a quel punto chiederle se può vedere i suoi genitori e come questi sono morti realmente. Tolcachir supera con sufficienza piena questa nuova sfida, in uno spettacolo non facile ma di cui riesce a tenere il ritmo quasi sempre alto nonostante una lingua inventata e i tanti silenzi, tra spazi ridotti e un assurdo che strizza l’occhio a Beckett.

Cristiano Esposito
 
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sabato 20 giugno 2015

NAPOLI TEATRO FESTIVAL 2015 - "Rituccia" di Fortunato Calvino: la guerra che siamo noi e che non finisce mai

rituccia fortunato calvino napoli teatro festival 2015E' andato in scena lunedì 15 e martedì 16 giugno 2015 al Teatro Nuovo di Napoli "Rituccia", il nuovo lavoro di Fortunato Calvino. Il punto di partenza è "Napoli milionaria", commedia del 1945 scritta ed interpretata da Eduardo De Filippo e inserita nella Cantata dei giorni dispari. Rituccia è la figlia di donna Amalia Jovine, la bambina malata che in realtà simboleggiava la Napoli profondamente ferita e sconvolta dalla guerra. L'autore Calvino è stato spinto da quattro forti motivazioni a scrivere questo testo: l'omaggio ad Eduardo e al suo teatro, il monito contro ogni tipo di guerra, la passione per la città di Napoli e l'interesse verso l’universo femminile. Non a caso le protagoniste sono cinque donne: Antonella Cioli, nel ruolo di Rituccia/Donna Amalia, Antonella Morea, Laura Borrelli, Rosa Fontanella e Gioia Miale

Rituccia è sopravvissuta all’ultimo conflitto mondiale e sulla scena ricorda, in maniera ossessiva, i momenti trascorsi nel ricovero, in un crescendo di emozioni e sensazioni prevalentemente negativi. “La guerra è un fuoco che non si spegne mai”: la protagonista, ormai matura, si ritrova oggi a fare i conti con una guerra ancora più violenta, che conta ogni giorno anche morti innocenti e indifesi: la guerra di camorra. È una donna traumatizzata dagli orrori del conflitto, ma che nella quotidianità prova a combattere quelli che sono i soprusi da parte di donne senza scrupoli. Perché la guerra "s'arrobba 'a felicità", non guarda in faccia a nessuno e se pure passerà, ma non passa, come si fa a scordare? Rituccia adesso fa la segretaria in uno studio medico, eppure sente ancora il frastuono di quegli anni di bombardamenti. Suo marito è morto, i figli sono lontani: è sola contro i suoi fantasmi. Decide allora di riacquistare il basso in cui viveva con i suoi genitori, per tornarci ogni tanto anche solo per il tempo di un caffè.

E' lampante il corto circuito tra un registro nerissimo, tragico come solo la guerra sa essere, e i quadri in cui si entra abbondantemente nella commedia (con la Borrelli e la Morea in grande evidenza). Ed è durante questi ultimi che il pubblico si entusiasma maggiormente. Manca però un vero filo conduttore tra i due differenti toni ed anche tra gli eventi della narrazione. Il testo, non privo di spunti e linguaggio interessanti, ogni tanto cade nel didascalico e nel retorico, andando raramente in profondità negli eventi. E il finale sembra un attimino avventato, telefonato, liquidato in una scena di morte troppo veloce. Il disegno luci di Renato Esposito arricchisce la rappresentazione, mentre appaiono essenziali le scene di Paolo Foti e le musiche di Paolo Coletta. I costumi di Annamaria Morelli che cingono le attrici sono tutti di colore quasi uguale, così come le scarpe e i ventagli che le protagoniste agitano simultaneamente nella sala d'attesa. Fino a quando la camorra entra chiaramente in gioco, e il rosso diventa il nero della morte e del male. E una banale questione di tradimenti diventa ancora occasione di morte. Perché, in fondo, "simme nuje 'a guerra" e la "nuttata" dopo settant'anni non è ancora passata. 

Cristiano Esposito
Naike Del Grosso
 
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domenica 14 giugno 2015

NAPOLI TEATRO FESTIVAL 2015 - La Fura dels Baus incanta Napoli con il mito delle passioni umane

fura dels baus afrodita napoli teatro festival mostra d'oltremare
Sessanta minuti di teatro urbano multidisciplinare, di forte impatto visivo, emotivo e spettacolare, tra musica, circo, proiezioni video, cinema, opera lirica, acrobazie, mito e danza. La compagnia catalana “La Fura dels Baus”, fondata a Barcellona nell’ormai lontano 1979, incanta la Mostra d’Oltremare di Napoli e realizza tutto questo con “Afrodita y el juicio de Paris”, a partire dal tema mitologico del “pomo della discordia”: Eris, dea della discordia, non viene invitata al matrimonio tra Teti e Peleo e per vendetta vi si presenta ugualmente scagliando sul tavolo del banchetto una mela d’oro con incisa la frase “Alla più bella”. Sarà Paride a dover dirimere a questo punto la lite tra Era, Afrodite e Atena. Atena gli promette la vittoria in guerra, Era la sovranità sull’Asia, Afrodite l’amore di Elena, la donna più bella della terra. Quest’ultima ricompensa farà scaturire la decisione di Paride di donare la mela ad Afrodite.

Non è la prima volta che “La Fura dels Baus” adopera il mito per parlare delle passioni umane (vedi «Cantos de sirena») e questa volta mette al centro l’invidia che regna, oggi come ieri, nelle relazioni tra gli uomini. Uomini che non possono comprendere fino in fondo cose più grandi di loro, come ad esempio ciò che li ha generati. Ma l’ultimo quadro dello spettacolo, con numerosi acrobati sospesi in aria che si compattano in una grande rete umana, fa passare il messaggio che l’unione cooperativa porta ad un miglioramento della società. Alla fine Paride compie la scelta più umana, scegliendo l’amore e la bellezza, anche se ciò condurrà prima alla guerra fra le tre dee e poi a quella fra greci e troiani. 
 
La compagnia, guidata da sei registi, utilizza da oltre vent’anni simboli per evocare un sentimento o un’emozione da una prospettiva visiva di grande scala. C’è un grande lavoro di squadra dietro uno spettacolo de “La Fura dels Baus”. Oltre ai ballerini e agli acrobati, maggiormente visibili, vi lavorano guidatori di gru e burattinai, che ad esempio danno vita ad una gigantesca Afrodite. Centoventi le persone coinvolte nella rappresentazione, novanta delle quali sono giovani campani coordinati dalla compagnia di danza Körper. L’allestimento, invece, prende la forma del suo contenitore: tutto lo spazio centrale della Mostra d’Oltremare, con annessi i suoi edifici. Lo stile riconoscibile è quello della contaminazione dei linguaggi. Il pubblico è parte integrante dello spettacolo, con enormi elementi scenografici (giganti, cavalli e così via) che passano in mezzo alla folla o volano sulle teste degli spettatori. Ed ecco che l’esperienza spettatoriale diventa anche fisica. Gli elementi d’avanguardia, oggi ripresi da diversi spettacoli, sono l’annullamento della frontalità, la centralità di un disegno luci spettacolare, l’uso di spazi non convenzionali, il rapporto pubblico/scena e gli interventi fisici come l’acqua che
fura dels baus afrodita napoli teatro festival mostra d'oltremare
scorre dall’alto (notevole in questo senso la sequenza che rappresenta la nascita). Qualche inconveniente tecnico, tipo un microfono di una tromba che fa i capricci, e una discutibile scelta delle voci che fanno da sfondo alle videoproiezioni, non ostacolano più di tanto la riuscita dell’allestimento, comunque unico nel suo genere e di grande effetto. 

Già nel 1992 la compagnia si esibì in mondovisione alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Barcellona. Per poi prestare le proprie rappresentazioni alla musica classica e all’opera: ricordiamo Madame Butterfly, Tristano e Isotta, Orfeo ed Euridice ed Aida. Una longevità non casuale, quella della Fura, figlia di una squadra che ogni volta si rinnova con l’intenzione di stupire sempre come la prima volta. Napoli risponde al ritorno in città dopo sedici anni con una Mostra d’Oltremare gremita da spettatori con lo sguardo incantato rivolto verso le stelle.

Cristiano Esposito 

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martedì 9 giugno 2015

NAPOLI TEATRO FESTIVAL 2015 - "Butterfly suite": la danza delle anime fragili di Marilyn Monroe e Mia Martini

butterfly suite lalla esposito cristina donadio napoli teatro festival mia martini marilyn monroeIn questo primo weekend del Napoli Teatro Festival è andata in scena, presso l’auditorium di Castel Sant’Elmo, la prima assoluta di “Butterfly suite”. Da un’idea di Laura Valente, Cristina Donadio e Lalla Esposito hanno raccontato in parole e musica due artiste molto diverse, eppure legate da un medesimo destino tragico. E dalle stesse iniziali di nome e cognome: Marilyn Monroe e Mia Martini. Accompagnato dalle musiche di Marco Zurzolo, il pubblico rivive le ambiguità e i tormenti di queste due icone sin dai tempi dell’infanzia. «Camminano su un cavo come acrobate – afferma Cristina Donadio, che pure aveva già realizzato la performance “Suite per anime farfalla” -, con le braccia aperte a fare da bilanciere. Le bambine guardano in basso, verso l’abisso dove c’è una folla che le invoca con ampi gesti. Le vogliono, le reclamano, urlano: sono bocche spalancate, pronte a divorarle». E’ una danza di due anime fragili e impaurite, che non riescono a godersi appieno il mondo che appunto le fagocita ed il successo che le brucia in fretta. Eppure volano, come farfalle leggere, incerte, precarie, sopra gli occhi del pubblico ammirato. Non sanno, o forse sì, che il loro volo si esaurirà presto, nel dramma e nella solitudine.

Il sipario si apre inizialmente soltanto in minima parte e, purtroppo, soltanto chi è seduto in posizione centrale riesce a vedere una Marilyn che balla da sola, prima di accasciarsi alla destra del proscenio accanto ad un ventilatore. Le due protagoniste cominciano ad alternarsi nei brani di Mia Martini (il recitato sarà quasi interamente limitato alle videoproiezioni sul fondale): si parte con “Spaccami il cuore”, e sull’attacco “Sono un’attrice, stammi a guardare” è già chiaro quanto le parole calzino a pennello anche su Marilyn. Dai diari di quest’ultima, altro punto di partenza dello spettacolo ascoltiamo: “Dicono che mi sono uccisa. Non è vero. Mi hanno uccisa lentamente. Loro. Tutti voi. Avete detto che sono una strega. Mi avete messa sul rogo”. E poi spazio ancora alle canzoni di Mia Martini con “Volesse il cielo”, “Un altro Atlantico”, “Amanti”. Dopo “Notturno”, eseguita sia dalla Donadio che dalla Esposito, la Marilyn in scena si alza, camminando prima sui talloni e poi sulle punte, nei passi creati e mossi da Susanna Sastro. Le splendide parole di Ivano Fossati in “La costruzione di un amore”, inizialmente sulle note del solo contrabbasso di Corrado Cirillo, precedono “Padre davvero”, dove il piano di Giosi Cincotti la fa da padrone. In un crescendo di popolarità dei pezzi si prosegue con “La nevicata del ‘56”, al cui inizio compare una asta per il microfono a rievocare il Festival di Sanremo del 1990. La Marylin in scena si rialza, mette le scarpe, balla un po’ e ricrolla al suolo, emulata dalla Donadio dopo l’esecuzione di “E non finisce mica il cielo”. Ancora “Minuetto”, “Gli uomini non cambiano”, la più triste poesia di Marilyn («Oh Dio vorrei essere morta – assolutamente inesistente – scomparsa da qui») e il tono più sollevato di "Col tempo imparerò". Si chiude, prevedibilmente, con “Almeno tu nell’universo” che sfocia in “Bye bye baby”, unico pezzo della Monroe della rappresentazione. E con la Marilyn in scena che guadagna il centro della scena dietro le due attrici. 

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Una suite a due voci, possente quella di Lalla Esposito, forse un po' giù di tono e dal timbro esile e graffiato quella di Cristina Donadio, elegante e suggestiva. Per raccontare come il successo possa non bastare a donare la felicità a due psicologie complesse e a impedire ad esse di preferire la morte alla vita. Le vicende di Marilyn e Mimì si intrecciano senza forzature né stridii nelle parole raddoppiate delle due attrici. Ma una parte fondamentale dell’impalcatura su cui si regge il tutto è rappresentata dagli arrangiamenti e dagli assoli del sax di Zurzolo. I costumi sono di Alessio Visone, video e foto scenografia di Giorgio Pinto e Daniela Capalbo.

Cristiano Esposito
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