sabato 28 dicembre 2013

"Di padre in figlio": risate e malinconia nel ritorno al teatro di Max Giusti

Max Giusti torna in teatro dopo cinque anni con "Di padre in figlio", spettacolo che intreccia comicità e sentimento e che ha debuttato in prima nazionale il 6 dicembre scorso a Civitanova Marche. Dai classici di Garinei e Giovannini ad una nuova sfida in cui è assoluto mattatore. Si è mai pronti ad essere padri? Quando si smette di essere figli e si diventa genitori? Ma si smette davvero mai di essere figli? "Di padre in figlio" racconta la storia di un neo padre, un quarantenne attore la cui carriera non è mai decollata, che parla alla culla del figlio nato una settimana prima. Si trova nel cortile di un ospedale dove nella stanza 540, indicata a caratteri cubitali in alto sul fondale, è ricoverato suo padre, nonno del bambino, inizialmente per semplici accertamenti. L'uomo comincia a raccontare al figlio chi è il nonno che a breve conoscerà. Snocciola aneddoti e riflessioni sul rapporto padre-figlio, sull'educazione, sulle vecchie e nuove generazioni, sui suoi ricordi dell'infanzia e dell'adolescenza. Poi squilla il telefono, che ha un ruolo primario in questa pièce: una grande occasione, il treno che passa una sola volta nella vita, seguito a ruota da un fulmine a ciel sereno. La vita scorre con una successione quasi continua di svolte e avversità da affrontare e superare. Adesso con la difficoltà ulteriore di essere padre, quando si è ancora almeno un po' figlio.

Per lunghi tratti prevale la malinconia sulla comicità, in questo testo scritto da Max Giusti con Andrea Lolli, Claudio Pallottini e Giuliano Rinaldi. Un quadrato bianco aperto a tenaglia è al centro delle scene ideate da Marco Carniti (che cura anche la regia) e Fabiana Di Marco, e sembra mettere spalle al muro il protagonista davanti alle responsabilità della vita, circondato da questa figura geometrica reale e astratta. Max Giusti è attore esperto e versatile che in questa occasione brilla più per il canto e le imitazioni che per i monologhi comici. Riesce comunque a tenere bene la scena da solo per tutta la durata dello spettacolo e dà prova di essere artista completo. La voce di Dio, prestata da Giobbe Covatta, che confessa di aver cominciato il Creato da Napoli e di aver scelto in origine il napoletano quale lingua universale, strizza l'occhio al divertito pubblico partenopeo. Nella vicenda rappresentata finisce tutto troppo bene per essere vero(simile). Ma le favole, si sa, possono diventare realtà in ogni epoca.

Fanno da valido contorno le musiche di Saverio Grandi e Gaetano Curreri, leader e vocalist degli Stadio al suo primo lavoro teatrale, amico di Max Giusti che ha trovato spunti anche guardando le prove dello spettacolo. In cantiere l'idea di pubblicare la colonna sonora in un disco. Supportano l'azione scenica le coreografie di Kristian Cellini, con sei ballerine che appaiono di volta in volta in vesti diverse ma sempre con il filo conduttore delle carrozzine, per non perdere il centro della messa in scena. I costumi sono di Maia Filippi, le videoproiezioni di Francesco Scandale.

Cristiano Esposito
 
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venerdì 27 dicembre 2013

Chiara Noschese cala il tris Galiena-Massironi-Sandrelli al teatro Acacia di Napoli

Arriva anche in Italia e passa per l'Acacia di Napoli, dopo esser stato il più grande successo spagnolo degli ultimi due anni, lo spettacolo "Tres", commedia scritta e diretta in terra iberica da Juan Carlos Rubio nel 2000. La trama ci racconta di tre amiche, inseparabili ai tempi del  liceo, che si ritrovano dopo trent'anni. Hanno avuto tre vite diverse, con esperienze  e delusioni varie. Marisa (Anna Galiena) è un’affermata conduttrice televisiva che però ha il cruccio di non essere riuscita a lavorare nel cinema e nel teatro; Carlotta (Marina Massironi) ha divorziato da un marito che la tradiva, ha perso molti chili dai tempi del liceo e ora vive sola con il suo gatto; Angela (Amanda Sandrelli) ha dovuto affrontare la morte del marito e fatica a sbarcare il lunario. Le tre hanno in comune il fatto di non essere più giovanissime e di non aver mai avuto un bambino. Dopo una notte sopra le righe tra canne, alcool e recriminazioni decidono di rimanere incinte insieme e dello stesso uomo. Reclutano così un "prescelto" che, nel loro ricordo, rappresenta e corrisponde all'uomo ideale. Fa così il suo ingresso nella vicenda Alberto (Sergio Muniz), che però nasconde un segreto...

La storia viene sviluppata con una buona caratterizzazione dei personaggi e sorprende nel finale paradossale, trattando con leggerezza, forse troppa, temi come la solitudine, l'infedeltà, la prostituzione e la maternità. Non si tratta di essere troppo pudici o di pretendere obbligatoriamente una morale da uno spettacolo teatrale. Ben venga l'irriverenza quando provoca intelligentemente o diverte in maniera consistente senza volgarità, ma qui le risate sono troppo poche per trattarsi di una commedia. Ecco che quando qualcosa non va nel meccanismo comico e nell'interpretazione dei personaggi risaltano ancor di più gli eccessi di un testo volutamente superficiale, frivolo e sguaiato nel delineare le figure femminili.

Le tre attrici protagoniste sono di tutto rispetto ma forse ci sarebbero volute tre
specialiste della risata per rendere ancora più brillante questo tipo di commedia trasposto in Italia. La più avvezza al registro comico, e si vede, è Marina Massironi, che padroneggia intonazioni e tempi comici, donando grande verve alla rappresentazione. Il personaggio della Sandrelli è reso con contenuta stravaganza, quello della Galiena con cinismo pungente e sarcastico. Troppo ingessato e artificioso al di là di ciò che deve essere il suo personaggio, vittima e carnefice, Sergio Muniz, evidentemente non nato per stare su un palcoscenico teatrale. La regia di Chiara Noschese, che cura anche la gradevole scenografia dell'appartamento di Marisa con le luci di Maurizio Fabretti che cambiano a ogni svolta del racconto, è un buon collante per i quattro personaggi, molto diversi e particolari.   

Cristiano Esposito
 
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martedì 24 dicembre 2013

"Un suocero in casa (...ma c'è papà!)": l'omaggio a Titina De Filippo del nipote Luigi

L’immortale divertimento garbato e genuino dei De Filippo, immerso in tematiche che interessano tutti da vicino anche nel 2013, è al centro della commedia “Un suocero in casa (…ma c’è papà!)” in scena al Cilea di Napoli. Scritta a quattro mani da Peppino e Titina De Filippo, andò in scena per la prima volta nel 1935 al teatro Politeama, sempre nel capoluogo partenopeo, ottenendo un grande successo. La riporta sul palcoscenico oggi Luigi De Filippo, figlio del grandissimo maestro della comicità Peppino, e nipote di Titina, a cui la rappresentazione viene dedicata e di cui proprio in questi giorni ricorre il cinquantesimo anno dalla scomparsa. Personaggi, emozioni ed umori che rappresentano ironicamente i problemi familiari quotidiani e della vecchiaia sono al centro della trama: Stefanino, un giovane piccolo-borghese, impiegato metodico e un po’ pedante, vive con la moglie che ama teneramente e sembra subire senza fare una piega la sua pignoleria. Ma la presenza invadente e dispettosa in casa del suocero Federico (Luigi De Filippo), persona prepotente ed autoritaria, vedovo deluso dalla vita e dai rapporti umani, lo porta all’esasperazione. Decide così di andarsene di casa e finisce a vivere in una pensione dove però trova una padrona di casa ancora più insopportabile, fredda, tirchia e fastidiosa. Il lieto fine è quello atteso ma condito dei buoni sentimenti che sono in fondo a (quasi) ognuno di noi, magari nascosti dai lati sgradevoli dei nostri caratteri.

Magistrale, oltre al sapiente adattamento del testo ai giorni nostri anche nel linguaggio che appare leggermente più colorito, l’interpretazione di Luigi De Filippo e appropriatissimo a lui il ruolo del suocero pestifero ma umano. I suoi tempi comici sono da manuale e non potrebbe essere altrimenti per uno cresciuto sotto la luce diretta della scuola di Peppino. All’altezza la performance del resto della compagnia, questa volta , pare, più napoletana negli accenti e nelle intenzioni. Spiccano Stefania Ventura e Paolo Pietrantonio, ma bravi anche Stefania Aluzzi, Michele Sibilio, Giorgio Pinto, Claudia Balsamo, Riccardo Feola, Vincenzo De Luca, Fabiana Russo e Francesca Ciardiello.

«Ho riscoperto questo testo scritto da mio papà e dalla zia Titina spulciando fra i

copioni di famiglia» racconta Luigi De Filippo, 83 anni di cui oltre 60 passati sul palcoscenico, che continua a girare con successo l’Italia con la stessa passione e lo stesso entusiasmo di sempre. «Dopo averlo letto confesso che mi colpì particolarmente proprio per l'attualità dei temi trattati. Ovviamente lo ricucii a misura su di me variando di poco il titolo, in una sorta di alto artigianato interpretativo che mi ha insegnato papà Peppino e che consente di completarsi in scena contemporaneamente come attore, autore e regista. A mia zia Titina sono legato non solo da profondo affetto ma anche da gratitudine:  è stata la mia maestra di pianoforte e mi ha insegnato ad amare la musica (le musiche dello spettacolo sono firmate proprio da Luigi De Filippo, NdR). Lei suonava benissimo il piano e m’insegnò a comprendere che anche recitare in palcoscenico è musica, è armonia, è ritmo, è concerto. Quando tutte queste qualità si uniscono e si manifestano nel recitare, l’Arte, la vera Arte scenica si compie». Buon sangue non mente, e Luigi De Filippo non fa eccezione.
Cristiano Esposito
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lunedì 23 dicembre 2013

"Viviani Varietà": la Piedigrotta tropicale di Ranieri e Scaparro

Nel 1929 Raffaele Viviani, attore, commediografo, compositore e poeta originario di Castellammare di Stabia in provincia di Napoli, si mise in viaggio verso Buenos Aires sul piroscafo "Duilio" per una tournée di sei mesi in America Latina. Il grande successo d'oltreoceano gli frutterà ben venti scritture nei principali teatri italiani. Lo spettacolo diretto da Maurizio Scaparro ora in scena al Diana di Napoli sceglie di raccontare quei giorni, attraverso l'esibizione a bordo di Viviani (Massimo Ranieri) e della sua compagnia. Nel primo atto spazio alle prove e al reclutamento di nuovi artisti, nel secondo lo spettacolo vero e proprio, una festa di Piedigrotta tropicale, che onora il passaggio all'equatore del "Duilio". Gli spettatori allora furono i passeggeri che emigravano per poter sopravvivere alla crisi, oggi siamo noi in platea che viviamo un'epoca per certi aspetti simile. Più di qualcuno in sala si sentirà un po' protagonista, oltre che pubblico. Quando Nicola (Mario Zinno) prova a racimolare in platea qualche spicciolo nel cappello Viviani-Ranieri lo ammonisce, vedendo che non ne ricava una sola moneta: "Chist' stann' peggio 'e nuje".  La rappresentazione gioca a più riprese sull'analogia dei tempi di crisi del '29 e odierni, e di ciò ne giova l'immedesimazione degli spettatori e il funzionamento delle trovate comiche. Proprio l'effetto comico, divertente, buffo è il più ricercato dallo spettacolo (vedi Ranieri che interpreta una donna in "La Zucconas"), che sceglie di scendere poco nelle profondità dell'impegno sociale e politico di Viviani. Ranieri in scena sembra spiegarne anche il perché: "La gente non vuole pensare e con la poesia nun se magna". Poco spazio alle riflessioni, anche se oggi come allora c'è un forte desiderio di cambiamento, si avverte l'incertezza di un avvenire tutto da costruire. E oggi come allora sarebbe un delitto arrendersi. 

Un Massimo Ranieri brillante, completamente a suo agio nell'interpretare anche il Viviani direttore, che dà istruzioni ai suoi attori con rigore ed esige concentrazione. Un'antologia di macchiette e poesie più o meno note di Viviani, che canta la vita degli ultimi: "So' Bammenella 'e copp' 'e Quartiere", "L'Oceano", "Tarantella segreta", "Emigrante", la splendida "'O Don Nicola", "Fore 'o vascio", "'O scugnizzo", "'O guappo 'nnammurato", "'O sapunariello" e tante altre. Ben dosati i riferimenti biografici, che ci fanno addentrare ancor più nell'universo del Viviani uomo (ad esempio la mancanza di sua moglie Maria, che gli comunica via telegrafo la bocciatura del piccolo Vittorio). Lo spettacolo ci restituisce la figura di un artista infaticabile, che scrive i suoi prossimi spettacoli anche durante le prove a bordo.

In scena gli ottimi Ernesto Lama e Angela De Matteo, buona prova di recitazione e canto in acustica anche degli altri: Roberto Bani, Ivano Schiavi, Gaia Bassi, Antonio Speranza, Martina Giordano e Maurizio Vongola. Le elaborazioni musicali sono di Pasquale Scialò, i testi di Giuliano Longone Viviani, nipote del grande Raffaele. L'interno del piroscafo che affaccia sul mare è stato riprodotto mirabilmente da Lorenzo Cutuli. L'orchestra dal vivo è costituita da Ciro Cascino al pianoforte, Luigi Sigillo al contrabbasso, Donato Sensini ai fiati, Aniello Palomba alla chitarra e Mario Zinno, in veste anche di cantante e attore, alla batteria.

Cristiano Esposito
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lunedì 16 dicembre 2013

"Miseria e nobiltà" secondo Laura Angiulli in scena a Galleria Toledo di Napoli


E' un "Miseria e nobiltà" quasi a due facce quello messo in scena da Laura Angiulli a Galleria Toledo. Un primo atto nero come la fame, nelle scene che non ci sono, nei personaggi e nella recitazione, con solo sei sedie diverse e un soprabito che non verrà mai impegnato perché non è mica quello di Napoleone. Gli attori recitano con tono solenne, austero, cupo, con lo sguardo fisso davanti a loro. L'oppressione in un ambiente angusto, la miseria e la fame nera rendono impossibile la serena convivenza. Il secondo atto naviga fra la farsa e la macchietta, con luci più piene e calde, con un doppio sipario che evidenzia la finzione del teatro nel teatro, in quest'opera elevata a potenza ed evocata continuamente nei dialoghi. Adesso i personaggi sono simpaticamente accattivanti, recitano la loro parte con nasi posticci per guadagnarsi una zuppa. Divertono ma non sembrano divertirsi, tant'è che approfittano della prima occasione utile per riposarsi dalle fatiche della loro recitazione, si spaparanzano sui divani  e si tolgono i nasi finti fino alla ripresa della finzione. Il sapiente intreccio di sentimenti, inganni, umori, amori e mondi distanti soltanto a causa della disponibilità economica, creato dalla fervida mente di Eduardo Scarpetta nel 1887, regge ancora e spinge a elaborare nuove riletture. Questo grazie anche a delle figure umane e sociali tratteggiate con acume e originalità. Alla fine vince chi il denaro veramente ce l'ha, e cioè il nuovo ricco da cui tutti accorrono e si affannano per attingere qualcosa di cui vivere. 

La Angiulli accentua la finzione in diverse maniere, una su tutte assegnando a Roberto Giordano, che sarà alto quasi due metri, la parte del piccolo Peppeniello. Ma, ad esempio, anche gli spaghetti del primo atto e i gelati del secondo non esistono, e gli attori fingono vistosamente di mangiare in un pentolone vuoto o di leccare cucchiai puliti che non affondano in alcun bicchiere. Viene conservato con attenzione poi il fascino del dialetto antico e la sua sempre godibile musicalità, riverberata da un quasi spensierato Felice Sciosciammocca che si ritrova spesso a cantare e dalla celebre "risa" di Bernardo Cantalamessa.

Tra gli interpreti spiccano Alessandra D'Elia, Tonino Taiuti e Agostino Chiummariello, ma è buona anche la prova del resto della compagnia: Laura Borrelli, Michele Danubio, Roberto Giordano, Stefano Jotti, Antonio Marfella e Nunzia Schiano, il cui talento appare un attimino imbrigliato. L'impianto scenico è di Rosario Squillace, le luci di Cesare Accetta.

Cristiano Esposito
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sabato 14 dicembre 2013

Simone Schettino va "oltre" con riflessioni e risate al Sannazaro di Napoli

Quasi tre ore di risate grasse, pulite, intelligenti. Di battute nuove, tenendo il palco da solo (se si eccettuano i brevi, piacevoli intermezzi al fianco di Roberto Capasso e Giuseppe Mosca), senza personaggi, senza musica, senza ballerine, con un'unica battuta a scapito del pubblico, su uno spettatore attempato che stava per prendere sonno. Quasi tre ore di battute non fini a sé stesse che analizzano i tic della nostra epoca e un riassunto della storia politica ed economica europea degli ultimi quarant'anni per capire come siamo arrivati alla situazione attuale. Il tutto senza tormentoni e senza volgarità. Adesso trovate le differenze tra la qualità di un vero artista e ciò che va per la maggiore. Vi accorgerete che, purtroppo, stiamo parlando di due mondi distanti anni luce. 
   
Riflessioni critiche a parte, è un Simone Schettino sempre più maturo artisticamente quello che, dopo oltre quindici anni di teatro, torna in scena al teatro Sannazaro di Napoli. "Se permettete, vorrei andare oltre" è ambientato in un camerino prima di uno spettacolo, con Roberto Capasso che interpreta un direttore di scena e Giuseppe Mosca un ammiratore troppo invadente. Schettino comincia recitando di spalle al pubblico reale, non ha voglia di andare in scena, appare depresso e si domanda: “la gente non vuole o non deve pensare?”. Ecco allora un’esibizione che si tiene davanti ad un pubblico ideale, in un retropalco oltre il cui muro c’è l’altra platea, quella da narcotizzare e far ridere senza contenuti e spessore. Questa volta più che mai il comico di Castellammare di Stabia prova a non farsi influenzare dai gusti di chi lo ascolta, tirando in ballo argomenti e pensieri scomodi, invitando a non fermarsi alle apparenze o a quello che i potenti vogliono farci credere.
 
Un tipo di comicità che non è una novità per Schettino, che nel 2001 debuttò al teatro Cilea di Napoli poco dopo l’attacco alle torri gemelle, parlandone alla stessa maniera. Nessun pericolo di un Grillo bis, tiene a precisare. Nessun sermone. Si va ben oltre la politica, la sua è una lotta contro il disinteresse, contro il torpore in cui la gente pare lasciarsi addormentare. Uno sguardo acuto, verace ma mai volgare, senza falsa retorica, sulla situazione europea, italiana e napoletana. Una verve che in teatro crea un’atmosfera familiare senza servirsi di facili sfottò indirizzati alla platea. Schettino discetta dei problemi attuali: alta finanza, politica, ecologia, sanità, lavoro, pensioni, euro, crisi, moda, animali, tecnologia, sesso, cucina e diete. Sui temi meno leggeri non entra più di tanto nello specifico proponendo eventuali soluzioni, probabilmente nemmeno potrebbe né dovrebbe (è pur sempre un comico, sarebbe bene mantenere sempre i ruoli in questa maniera). Ma almeno solleva coraggiosamente il problema, ponendosi e ponendo interrogativi e ipotizzando le cause scatenanti. Si ride per non piangere della nostra situazione, portando alla nostra coscienza dinamiche reali e gravi, senza effetti speciali o scene sfavillanti. Simone Schettino è un cabarettista di gran mestiere, molto legato al dialetto partenopeo ma che meriterebbe comunque un successo ancora maggiore anche a livello nazionale come degno rappresentante della Napoli più autentica e sana. Il suo punto di vista è leggero ma sempre originale e illuminante. Avercene di comici che prediligono un pubblico pensante come lui, che in questa occasione capovolge l’imperativo di divertire e distrarre per dare assoluta priorità al ridere riflettendo.

Cristiano Esposito 
                        
                                             
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lunedì 9 dicembre 2013

“…E noi zitti sotto!”: Federico Salvatore continua a studiare da Gaber e De Andrè

Federico Salvatore è tornato. All’uscita, lo scorso 21 ottobre, del suo quattordicesimo album di inediti “Pulcin’hell”, fa seguito la sua nuova fatica teatrale dal titolo “…E noi zitti sotto!”, chiara citazione da Troisi e Benigni in “Non ci resta che piangere”. La formula è ancora quella del teatro canzone, sospesa a metà tra Giorgio Gaber e Fabrizio De Andrè, tra l’impegno sociale e lo sberleffo. Il cantautore napoletano prova così sempre più a calarsi nei panni di un moderno Felippo Sgruttendio, pseudonimo di un pungente, erudito poeta della Napoli del ‘600, quasi sconosciuto al grande pubblico, che scriveva in vernacolo napoletano. Per il terzo anno consecutivo in scena al teatro Cilea di Napoli, dopo “Novecento napoletano” e “ Se io fossi San Gennaro”, Federico Salvatore si produce in canzoni e monologhi con contenuti e spessore, veicolati al pubblico con una grande interpretazione. E lo fa accompagnato da Menotti Minervini al basso, Giacomo Anselmi alle chitarre, Luigi Zaccheo alle tastiere e Daniele Iacono alla batteria.

Si parte dalla storia della pizza e dalle analogie tra il cibo e il sesso per arrivare ben presto all’utopica unione d’Italia, con “L’inno di Papele”. Un’estratto video dal film “Signore e signori, buonanotte” che riguarda il malgoverno atavico di Napoli porta alla critica ai politici di “’O palazzo”. Ancora, da “Pulcin’hell”, “Lato B” e “L’accademia ‘e ll’ova toste”, antica gara ludica della Napoli Borbonica che mette a confronto il passato della città con il suo presente. Si torna poi agli anni Novanta con l’emozionante “Vennimm’ ammore” e gli esilaranti inciuci di una donna napoletana comune in “Nun pozzo parlà”. Il pubblico è ormai caldissimo e applaude ammirato, quando il cantautore del quartiere Stella esegue l’amarcord di “Trenta lire” e ritorna al presente con la rap-purriata nera, così efficacemente definita da Federico Vacalebre, di “Napocalisse”.

Il secondo tempo dello spettacolo è tutto dedicato alle rievocazioni. Rievocazioni degli anni Settanta, degli Ottanta, dei Novanta, degli anni recenti…fino alla angosciosa previsione di un futuro ipertecnologico, sempre meno umano. C’è poi una parodia di “Zappatore” cantata da Federico (il contraltare “nobile” di Salvatore), inutilmente laureatosi in giurisprudenza, perché in fin dei conti oggi è “’o zappatore” che “nun se more ‘e famme!”. Annotiamo qui che il pezzo risale al 1996 ma rimane, tristemente, attualissimo. Piccola curiosità: l’artista intraprese per davvero in gioventù gli studi di giurisprudenza, salvo abbandonarli nel giro di due anni per inseguire la carriera che ha costruito fino a oggi con successo. Dopo una breve dissertazione sulla capacità di sintesi del dialetto napoletano, che tende a non usare il tempo verbale futuro perché a queste latitudini un vero futuro non esiste (sempre meglio però dei siciliani che non utilizzano nemmeno il presente), è tempo della celebre “Ninna nanna”. Federico Salvatore recita poi
“’A livella” di Totò, che definisce “il suo primo incontro con Federico e Salvatore, all’età di dodici anni”. Trent’anni dopo i due personaggi si rincontrano al Vomero, luogo del noto incidente. Per i bis il cantautore omette la pur richiestissima “Azz..” ed esegue “Se io fossi San Gennaro”, che nel 2001 gli fece intraprendere una nuova strada, che “puzzava di cultura”. Per certi giri tutto ciò non andava bene, perché per qualcuno i napoletani devono solo far divertire e non certo dire le cose come stanno. Proprio come accade oggi alla comicità di punta partenopea, fatta quasi solo di certi Salvatore, il che di certo non giova all’immagine della città. “..E noi zitti sotto!”. Invece Federico Salvatore ha scelto di fare il percorso inverso, da “homo audience” ad “homo sapiens”, dalla tv che impone al teatro che si fa scegliere. Per portare al pubblico canzoni e monologhi che pungano almeno un po’ il cervello, la coscienza, il cuore. Anche questo rende il Federico Salvatore degli ultimi dieci anni e più tra i pochi veri artisti partenopei degni di rappresentare nella giusta maniera Napoli e i napoletani.

Cristiano Esposito

                          
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sabato 7 dicembre 2013

Risate e spensieratezza in “48 morto che parla” al teatro Bracco di Napoli

Il teatro Bracco di Napoli riparte da dove si era fermato, e cioè dall’allegria e dalle risate spensierate. Lo spettacolo che apre il cartellone 2013-2014 è “48 morto che parla”, commedia scritta da Caterina De Santis e Fabio Brescia, prima delle quattro nuove produzioni per quest’anno della Teatro Bracco-Ar.te.te.ca.. Che però ricalca chiaramente il “47 morto che parla” di Rosario Ferro, in questa occasione regista, andato in scena un anno fa al teatro “Il primo”, rielaborazione di “Sogno di una notte di mezza sbornia” di Eduardo De Filippo, a sua volta riadattato da “L’agonia di Schizzo” di Athos Setti. Questa volta è Mike Bongiorno a dare in sogno a Pasquale i numeri vincenti del SuperEnalotto, insieme però alla data della sua morte.  E così una famiglia napoletana passa dalla miseria di un basso ad una sfarzosa dimora kitsch e al consumo ostensivo. 

Equivoci, paradossi, doppi sensi, ma soprattutto storpiature linguistiche e gaffe portano avanti la macchina comica della rappresentazione. Si spinge molto sul pedale del folclorismo e del popolare, con una bravissima Caterina De Santis cui però Fabio Brescia mette in bocca un paio di battute eccessivamente colorite. D’altronde abbiamo imparato a conoscere la penna dell’autore partenopeo: si spinge sempre un passo oltre a dove crediamo si fermerà, verso l’eccesso, anche se la risata sarebbe comunque scaturita senza quel passo in più. Sull’altro piatto della bilancia il garbo e la maestria di Rosario Ferro, brillante protagonista. Si ride e tanto, con ritmi quasi sempre serrati, nonostante un primo atto che andrebbe asciugato di una ventina di minuti e che fa credere a qualcuno in sala che lo spettacolo sia finito, quando siamo solo all’intervallo.


Ognuno dà il suo valido contributo in quest’affiatata compagnia, che vede in scena, oltre ai protagonisti, Pino Pino, Anna D’Amato, Stefano Ariota, Antonio Furia, Peppe Accardo, Alessandro Bacchilega, Feliciana Tufano, Fabiola De Santis e Tommaso Tuccillo. Notevoli le scene di Tonino Di Ronza, una garanzia da questo punto di vista. Musiche di Marco Mussomeli, disegno luci di Enzo Piccolo. Tanto buonumore e disimpegno, senza retoriche lezioni morali né riflessioni semiserie. Questa è la promessa che Caterina De Santis manterrà anche quest’anno per l’affezionatissimo pubblico del Bracco.


Cristiano Esposito
 
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martedì 3 dicembre 2013

"Eduardo al Kursaal": gli atti unici degli esordi eduardiani in scena all'Augusteo di Napoli

Sin dall'apertura del sipario capiamo, mediante una canzonetta da rivista, che "Eduardo al Kursaal" sarà un viaggio attraverso le forme di spettacolo di un tempo e la comicità degli esordi eduardiani. L'operetta che l'impresario (Tonino Taiuti) vuole convincere inserire a tutti costi in uno spettacolo nello spettacolo, circuendo il gestore del cinema teatro Kursaal (Arduino Speranza), ne è la definitiva conferma. Quella stessa operetta, "La vedova allegra" compressa in soli dieci minuti per il poco tempo a disposizione, verrà effettivamente messa in scena in coda allo spettacolo dagli attori-cantanti interpretati da Mariangela D'Abbraccio e Francesco Paolantoni, rispettivamente soprano e tenore. 
 
"Eduardo al Kursaal" è un progetto di Luca De Filippo e Armando Pugliese su testi di Eduardo De Filippo. Una decina d'anni fa conobbe un discreto successo con la rappresentazione di altri atti unici del grande drammaturgo, protagonisti Silvio Orlando e Rocco Papaleo. Il cinema teatro Kursaal, che oggi non esiste più, era una sala napoletana con la quale i fratelli De Filippo sottoscrissero un breve contratto di soli sette giorni nel dicembre del 1931. Le cronache dell'epoca lo descrivono come "un locale frequentato dalla Napoli bene, abbastanza grande e pulito, di stile moderno e provvisto di un piccolo palcoscenico attrezzato alla meglio per spettacoli di prosa". I De Filippo debuttarono qui il 25 dicembre con la prima versione di "Natale in casa Cupiello" e il successo fu di tali proporzioni da rendere necessaria la proroga del contratto, dapprima per due settimane, poi per alcuni mesi, fino al maggio del 1932. Da qui i tre fratelli spiccarono il volo, sostenuti unanimemente dalla critica napoletana, diventando il punto di riferimento del pubblico popolare e degli intellettuali partenopei. Ogni lunedì dovevano rappresentare un nuovo atto unico durante il cambiamento del programma cinematografico. In breve diventò un appuntamento attesissimo per gli spettatori napoletani e una spinta per i tre a creare un vero e proprio repertorio originale, che fungerà da palestra per i grandi capolavori della maturità di Eduardo. Non sono mai abbastanza gli omaggi ad un maestro incommensurabile, capace di far vibrare un'intera sala solo con lo sguardo e i suoi silenzi. Tanto più quando nel 2014 ricorrerà il trentennale della sua scomparsa.
 
Lo spettacolo propone quattro atti unici di assoluta attualità intrisi di una comicità che riflette sulla vita ed esorcizza la morte. Si comincia con "Amicizia", il testo più recente (1952), in cui vediamo Alberto (Francesco Paolantoni) che dopo tanto tempo fa visita all'amico Bartolomeo (Tonino Taiuti), in fin di vita. Alberto si ritrova a fingere di essere diverse persone per accontentare l'uomo malato, ma durante uno di questi travestimenti verrà colpito dalla confidenza che il suo figlio primogenito è nato da una relazione della moglie con Bartolomeo stesso. Il secondo atto è "La voce del padrone", del 1932, storia di una scalcagnata orchestra in sala d'incisione per registrare la canzone "Adduormete cu' mme". Tra liti, tafferugli e quant'altro, incidere degnamente il brano si rivelerà un'impresa. La seconda parte dello spettacolo si apre con delle macchiette eseguite dalla D'Abbraccio e da Arduino Speranza, per lasciar poi spazio a "Pericolosamente", atto unico del 1938. Un grosso bersaglio sul fondale e le luci fredde fanno da sfondo alla vicenda che indica come si possa domare una moglie bisbetica (Mariangela D'Abbraccio). Il marito (Francesco Paolantoni), per combattere il pessimo carattere di lei, le spara continuamente dei colpi di pistola a salve, rendendola mite perché convinta di aver ricevuto una grazia dalla Madonna in quanto ancora viva. La farsa si serve di un terzo personaggio, Michele (Tonino Taiuti), amico del marito della donna, in cerca di una stanza da affittare. Da allibito testimone Michele diventerà complice, una volta venuto a conoscenza del trucco. Chiude la messa in scena "La vedova allegra" o "Sintetici a ogni costo", del 1934, una parodia degli spettacoli operistici. I cantanti che avevamo visto in apertura di serata si esibiscono nell'operetta di Franz Lehàr sintetizzata in dieci minuti scarsi. Ne vien fuori una comicissima e frenetica rappresentazione dove il testo e la musica de "La vedova allegra", eseguita da strumenti senza strumentisti, sembrano essere caduti in un frullatore. Nel mezzo, le simpatiche schermaglie tra il tenore Paolantoni e il direttore d'orchestra Taiuti.
 
In scena, insieme agli attori già citati, Antonio Buonanno, Laura Lazzari, Sergio Celoro, Aurora Sbarbaro, Alessandro Langellotti, Marianna Pastore e Stefania Barresi, diretti da Armando Pugliese. Le musiche sono state composte ed eseguite da Paolo Coletta, le scene (con stampe di dipinti d'epoca e quinte-sipario dietro al sipario vero, ad amplificare il meccanismo di "teatro nel teatro") e i costumi, notevoli, sono di Andrea Taddei, il disegno luci di Francesco Adinolfi. Lo spettacolo è ancora chiaramente e comprensibilmente in rodaggio, ne fanno le spese i tempi comici in quanto in sala non si ride quanto si dovrebbe. Il numero finale, ben congegnato coreograficamente e nelle entrate e uscite, risolleva positivamente il tutto.
 
Cristiano Esposito


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lunedì 2 dicembre 2013

“Song”, il nuovo progetto di James Senese & Napoli Centrale all’Arenile Reload di Napoli

L’Arenile Reload di Napoli si conferma casa della grande musica anche durante la stagione invernale. Sabato 30 novembre  per la rassegna musicale “Drop” è stata la volta di James Senese & Napoli Centrale esibirsi in un concerto davvero speciale. Il nuovo progetto del quasi quarantennale complesso partenopeo si chiama “Song” e mette in risalto gli artisti e il sound made in Naples. “Song” come la prima persona del presente indicativo del verbo essere in dialetto napoletano, simbolo di orgoglio delle proprie origini. Ma, allo stesso tempo, “Song” come canzone in inglese, perché la contaminazione è sempre stata alla base della musica dei Napoli Centrale. James e compagni hanno dimostrato al mondo che quando il dialetto napoletano incontra generi musicali nati fuori dall’Italia crea una ritmica eccezionale; attraverso uno slang nostrano si creano codici comunicativi straordinari e universali.

“Napoli Centrale non è una moda, è un linguaggio contro il sistema. C’è rispetto perché sanno che è un fatto serio”. James Senese racconta quanto il suono del neapolitan power sia ancora vivo e vegeto. Sono passati quarant’anni, eppure sembra ieri, da quando il fenomeno scosse il mondo musicale underground italiano e non solo. E lui è ancora qui, in prima linea, con “Song”, che è ancora una volta sperimentazione e tradizione popolare. Strepitoso personaggio, intervalla la grande musica della sua band con esilaranti aneddoti di vita e carriera raccontati alla sua, inconfondibile, maniera. “Il mio sax porta le cicatrici della gioia e del dolore della vita”. E al pubblico arrivano tutte, con emozione e autentica, genuina napoletanità. Accompagnano James in questo viaggio Franco Saccoia alla chitarra elettrica, Freddy Malfi alla batteria, Gigi De Rienzo al basso ed Ernesto Vitolo alle tastiere. La scaletta è di quelle per palati fini: “Malasorte”, “Cammenanno” (scritta a quattro mani con Pino Daniele), “Campagna”, “Viecchie, mugliere, muorte e criaturi”, “Acquaiò l'acqua è fresca?” (dedicata ironicamente al decaduto Berlusconi), “Simme iute e simme venute”, “Charlie” (sentito omaggio a Charlie Parker), “La pansè”, “E' fernut' 'o tiempo”, fino all’ultima struggente “‘O nonno mio”.

In poche parole, una miscela esplosiva di jazz, rock, blues e fusion. Una vera e propria session di improvvisazione in cui talenti napoletani puri si esprimono liberi, a briglie sciolte. Il motore propulsore è ancora James Senese, che non si ferma mai eppure vorrebbe fare ancora di più. Lo studio di registrazione lo aspetta per un nuovo disco tra quindici giorni, con l’ipotesi Sanremo all’orizzonte. Sempre con il suo inseparabile sax, che suona le cicatrici della gioia e del dolore della vita.

Cristiano Esposito


 
   
                        
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