domenica 8 febbraio 2015

Il beniamino e istrione Salemme sbarca al Diana di Napoli con "Sogni e bisogni"

Dopo l'edizione di "...E fuori nevica!" del 2012 e la prossima ventura di "L'amico del cuore", entrambe da regista, Vincenzo Salemme torna a pescare nel mare della sua produzione drammaturgica della prima metà degli anni '90. Questa volta lo vediamo anche in scena come protagonista di "Sogni e bisogni - Incubi e risvegli", fino al 15 marzo al teatro Diana di Napoli. Quindicimila i biglietti venduti in prevendita per questo testo del 1995, inizialmente intitolato "Io e lui" in riferimento al romanzo di Moravia del 1973. Ma se per lo scrittore romano il "lui" indicava una voce, Salemme lo utilizza per incarnare egli stesso sul palco un organo genitale maschile che decide deliberatamente di staccarsi materialmente dal corpo del legittimo proprietario. Un atto di ribellione contro la vita spenta e ingabbiata di Rocco Pellecchia (Andrea Di Maria), che di conseguenza è anche la sua. Rocco proverà a raccogliere l'invito del suo "tronchetto della felicità" a scuotersi dalla sua passività, a sognare in grande e a liberarsi dal senso di colpa che lo inchioda immobile a terra, nella speranza che "lui" torni al proprio posto. Interverranno in casa di Rocco anche due agenti di polizia, la coppia di portieri dello stabile, sua moglie, sua suocera e l'inquilina del piano di sopra. 

La potenzialità comica della trama è forte, e Salemme è bravo a mantenere il suo sviluppo nel limite del buon gusto (ingresso dalla platea dei due testicoli giganti a parte) e a limitare le battute facili e scontate sul tema. I giochi di parole elementari ci sono, ma funzionano grazie alla maestria di intonazioni, ritmo e tempi comici che Salemme dispiega e tramanda alla sua compagnia. Come da qualche anno a questa parte la sua narrazione si interrompe affinché lui, autentico beniamino, interagisca col suo pubblico, per poi terminare con una frettolosa chiosa poetica, riflessiva, moraleggiante. Dobbiamo essere sempre noi stessi, dice Salemme, sconfiggendo il senso di responsabilità e tenendo sempre bene a mente che noi ci siamo per caso. I sogni non devono realizzarsi per forza, altrimenti si chiamerebbero programmi.

In scena un Andrea Di Maria notevole, e lo si capisce già dai primi minuti gestiti da solo in scioltezza con un monologo al telefono egregiamente interpretato, e un Sergio D'Auria sempre più bravo dopo essersi fatto le ossa nella compagnia di Carlo Buccirosso. Una garanzia anche Domenico Aria e Nicola Acunzo (in questa occasione il suo ruolo lascia poco spazio alle sue grandi capacità comiche), Vincenzo Borrino, Susy Del Giudice e Antonio Guerriero. Ammirevoli le scene girevoli di Alessandro Chiti. Applausi convinti per una farsa surreale che prova a rompere gli schemi classici della commedia classica borghese senza troppe pretese.

Cristiano Esposito
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