domenica 17 novembre 2013

La magia dei Mummenschanz tra scultura, mimo e danza al Bellini di Napoli

I Mummenschanz (dove "mummen" sta per mascherarsi e "schanz"  per fortuna: la fortuna di mascherarsi) sono un gruppo italosvizzero di artisti che anima forme nel buio utilizzando materiali poveri, di uso comune, come gommapiuma, scotch, carta igienica, fil di ferro,  cartone, tubi e tessuti. Tutto ciò e molto altro prende vita in variopinte figure e sagome, antropomorfe e non. Per il loro ritorno a Napoli dopo vent'anni mettono in scena un'antologia di una trentina di sketch rapidi e fulminanti, un mix di creazioni storiche, altre meno note e invenzioni recenti. I "musicisti del silenzio", come recita la locandina dello spettacolo, hanno la loro sede a Zurigo dal lontano 1972, quando Bernie Schürch, ritiratosi dalle scene nel giugno 2012 pur continuando oggi a lavorare come direttore artistico, Andres Bossard, scomparso nel 1992, e Floriana Frassetto decidono di dar vita ad un teatro d'avanguardia senza utilizzare né il linguaggio verbale né la musica. Non sono semplici mimi, i loro movimenti sono danza e suono immaginari che si materializzano solo nella percezione del pubblico. Cominciano con il cappello per le offerte in strada, poi la chiamata del Festival di Avignone. Furono i Mummenschanz a tenere il primo spettacolo muto al Bijou Theatre di Broadway nel 1977. E andò non male: tre anni di pienoni, dopo i quali furono costretti a lasciare sul posto una formazione alternativa per poter tornare finalmente in Europa. Nel loro curriculum quarant'anni di tournée mondiali da Teheran a Pechino, da Lima a Londra e prestigiose ospitate nei programmi televisivi americani "Sesame street" e "The tonight show". Per tornare alle collaborazioni di casa nostra citiamo quella con "Elio e le storie tese" nel video "Storia di un bellimbusto", dove appare il tubo flessibile Slinky Man, nell'immaginario comune ormai un vero e proprio personaggio. Dal 1998 esiste la fondazione "Mummenschanz", che opera per la diffusione dell'arte teatrale non verbale.
 
La formazione ammirata al Bellini annovera, oltre a Floriana Frassetto, Philipp Egli, Pietro Montandon e Raffaella Mattioli. Fondamentale il lavoro del lighting designer, Dino "Chico" De Maio, in quanto è proprio il gioco di luci a creare gran parte dell'illusone e della magia dello spettacolo. Il direttore tecnico è Jan Maria Lukas. Ad aprire il sipario sono due mani giganti che interagiscono col pubblico, lo scaldano inghiottendo qualche spettatore e suscitando immediatamente le prime risate. Assistiamo poi ad una serie di figure fantastiche che si avvicendano funzionando quasi tutte (la formula dello spettacolo tende verso la fine a creare a tratti assuefazione). E' uno spettacolo per gli occhi, una gioia per i bambini ma non solo. Da vedere più che da raccontare. Incredibile pensare che in certe sagome ci siano delle persone in carne e ossa ad animarle. I quattro mimi nascosti nel nero della scena raccontano storie mettendo in relazione di amore e guerra le forme che creano in pochi secondi. Ed ecco due maschere di  plastilina che si trasformano a vicenda manipolandosi in scena, un tubo giallo che gioca a palla con la platea facendo tornare tutti bambini per un po' e una storia d'amore tra una spina e una presa elettrica.

Il silenzio, sempre più difficile da ottenere dal pubblico di questi tempi, si riempie di risate e stupore. Non una parola, solo il rumore dei "costumi", reazioni degli spettatori a parte. Novanta minuti di gioco e fantasia, di teatro visivo e di maschera, per una messa in scena moderna e antica allo stesso tempo, senza l'ausilio di tecnologie. Un'astrazione continua senza lingue né sovrastrutture, un linguaggio universale e che funziona ovunque nel mondo. Il silenzio c'è ma non si avverte. La Frassetto racconta che una volta a fine spettacolo un signore le chiese che musiche avevano usato. Le aveva sentite anche se non c'erano. Questa è l'arte dei Mummenschanz, ispirata dalla vita, dalla comunicazione dell'essere umano, il cui pennello è intinto nella scultura, nella danza e nel mimo. Uno show per tutti, dove la purezza del gesto conquista con semplicità e genio. 
 Cristiano Esposito
 
                                             
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mercoledì 6 novembre 2013

"L'amore è un cane blu": il western balcanico di Paolo Rossi in scena al Bellini di Napoli

Il nuovo spettacolo di Paolo Rossi, intitolato "L'amore è un cane blu - La conquista dell'Est", ci porta sull'altopiano del Carso, tra grotte, fiumi sotterranei, rovi e pietre. Un luogo dove si respirano ancora le fiabe degli amanti perduti e delle passioni tradite. Ed è una storiella del genere a fungere da canovaccio esile per i guizzi del comico friulano, che saranno maggiormente apprezzabili nel secondo atto nonostante la sua creatività appaia notevole per tutto l'arco della messa in scena.

Si comincia a sipario aperto, con l'orchestra di liscio balcanico "I virtuosi del Carso" diretta dal maestro Emanuele Dell’Aquila (ottimo anche in veste di attore e spalla di Rossi) che trascorre la sua mezz'ora di concentrazione sul palco e non nei camerini,vagando e facendo ciò che le pare senza curarsi troppo del pubblico che inizia a occupare la sala. "Siamo in prova" recita un cartello in alto, e lo spettacolo in effetti si presenta come un work in progress dove l'unico punto fermo è la storiella di cui sopra, o almeno così deve sembrare. “Un concerto visionario popolare lirico e umoristico”, lo ha definito Paolo Rossi, che parte dai ricordi della sua infanzia per raccontare l'Italia di oggi, priva di passione ed entusiasmo ma con tanto caos. E abbastanza caotico è anche lo spettacolo, un vero e proprio delirio organizzato. Il titolo nasce da un sogno dell'attore, che solo successivamente ha scoperto che un cane blu era anche al centro di una storia mitica narrata proprio nell'altopiano carsico. Un cane che si innamora della bora e gli resiste, gli si oppone fino a diventare appunto blu. La satira politica e sociale si alterna ai suggestivi brani eseguiti da "I virtuosi del Carso" (Emanuele Dell'Aquila, Alex Orciari, Stefan Bembi, Denis Beganovic, Mariaberta Blašković e David Morgan). La voce di Paolo Rossi li puntella con passione, con la stella del suo maestro Enzo Jannacci sempre ben accesa in sala. Nelle parole, nella mente e nel cuore.
 
Paolo Rossi porta in teatro la sua terra, luogo di miti e di lucida follia che può ispirare la comicità, insaporita di western ("da bambino sul Carso giocavo agli indiani e ho sempre sognato di interpretare un western. Ecco, questo è un western balcanico") e psichedelia ("oggi le vie dell'inconscio sono strafatte"). L'amore è difficile da trovare e immaginare proprio come un cane blu; per arrivarci bisogna cercare di non perdersi, e per non perdersi il modo migliore è non sapere mai dove si sta andando. Il futuro è tutto da inventare, è chissà che non intervengano davvero le Brigate Clown Criminali a far riemergere la passione e la cultura, a combattere la guerra per riacquistare il senso delle parole. A farci tornare più popolo e meno pubblico. Con "pistola y corazon", ultima canzone dello spettacolo, tributo al rivoluzionario messicano Emiliano Zapata. In fondo anche dopo i Borgia ci fu il Rinascimento. Uno spettacolo originale e visionario, con diversi momenti esilaranti, su tutti la spiegazione a Berlinguer di cosa è successo al partito negli ultimi ventinove anni, che potrebbe diventare un film (nell'intervallo, sempre a sipario aperto, si è tenuto un casting semiserio). Tutto a questo punto, anche l'erba psicotropa generata dagli escrementi delle vacche che ritorna a più riprese nel corso della rappresentazione, potrebbe essere utile a generare il cambiamento che aspettiamo ormai da tanto, troppo tempo. E lui, Paolo Rossi, non lascia niente di intentato:  “In Italia ormai siamo ai confini della realtà, siamo come confinati dietro a un muro. Noi cerchiamo di aprire un piccolo foro in questo muro”.

Cristiano Esposito

                           
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venerdì 1 novembre 2013

La crisi della fede e dei valori secondo Carlo Buccirosso al teatro Cilea di Napoli


Ogni spettacolo di Carlo Buccirosso ti incolla alla poltrona, ti prende dall’inizio alla in un turbinio di risate, emozioni e colpi di scena, ti rapisce grazie alla costruzione sapiente dell’intreccio e alla caratterizzazione accurata di ogni singolo personaggio. Raramente capita di uscire dalla sala con tanto divertimento, tanta ammirazione, tanti pensieri e riflessioni di un certo spessore che frullano in testa. Al grande favore del pubblico non corrisponde però una risonanza di uguale portata che pure le sue commedie meriterebbero, come e più di come accade per altri. Ma forse tutto ciò è voluto proprio da lui, Carlo Buccirosso, professionale, meticoloso e rigoroso proprio come il suo teatro. Non appare molto in tv, non partecipa al grande circo dello spettacolo, tutto lustrini ed eventi mondani. Semplicemente fa il suo teatro, in cui mette tutto sé stesso dimostrando il grande rispetto che ha del pubblico, il quale non è stupido e capisce e apprezza questo grande professionista. Oltre alle sue strepitose interpretazioni, che spaziano con grande disinvoltura dalle sfumature divertenti del personaggio che si è cucito addosso da sempre, e che forse è lui stesso, con tempi e modi comici irresistibili, ai toni drammatici e di grande impatto emotivo, c’è la sua drammaturgia e la sua regia. Tutto molto ben congegnato, elaborato, senza lasciare nulla al caso.
 
“Finché morte non vi separi” è ambientato in un piccolo paese di provincia (da una battuta di Saverio, promesso sposo di Carolina, pare essere Pollena Trocchia), dove Don Guglielmo (Carlo Buccirosso) sta per celebrare il matrimonio dell’anno tra due giovani di famiglie ben in vista. Qualcosa non andrà per il verso giusto, forse a causa di un'improvvisa discordia tra i promessi sposi,  forse solo per via di un semplice inciucio di paese, o magari per la classica intrusione del terzo incomodo. Spetterà al povero parroco, intralciato/aiutato dalle indagini via internet di sua sorella Rosa (Tilde De Spirito), dallo stravagante sagrestano (Davide Marotta) e dal suo chierichetto (Giordano Bassetti), tenere a bada le due famiglie e riportare sulla retta via Carolina (Claudiafederica Pretella) e Saverio (Sergio D’Auria). La sagrestia, luogo in cui si avvicendano i componenti delle due famiglie, diventerà il luogo metaforico in cui si riflettono le distorsioni di una società sempre più in preda a un decadimento di valori, dove la prima preoccupazione è la salvaguardia dell’idea che ognuno di noi cerca di dare di sè stesso agli altri. Questo nonostante ognuno abbia i suoi scheletri nell’armadio e reciti nella vita di tutti i giorni con ipocrisia nei falsi rapporti interpersonali che intercorre. Si genera così quasi automaticamente l’inciucio, quello che Don Guglielmo descrive come l’ottavo peccato capitale, perché “Gesù Cristo stesso è stato vittima del più grande inciucio della storia”. E non si salva nemmeno chi non prende posizione e non si schiera, perché complice nell’alimentare il meccanismo perverso che trasforma i pregiudizi e le calunnie in verità incontrovertibili. E’ questo che Don Guglielmo dice ai personaggi in scena ma anche al pubblico, al quale sul finale chiede di alzarsi per partecipare attivamente alla funzione che commemora il padre dello sposo (Gianni Parisi, mentre a impersonare sua moglie è Graziella Marina; il padre della sposa è Gino Monteleone), che non regge ai tanti dispiaceri e prima di morire biascica un “Te piace ‘o munaciello?” alla maniera di Luca Cupiello al terzo atto della celebre commedia eduardiana. Tutti in piedi quindi, o quasi, uniti in una preghiera collettiva contro i pregiudizi e l’inciucio mentre la platea si trasforma in una navata di una chiesa. Argomenti serissimi ma conditi dalla tipica comicità di Buccirosso che rende il tutto digeribile facilmente ad ogni tipo di spettatore.  Di grande effetto le scene di Gilda Cerullo, quattro ambienti completamente diversi che nel secondo atto cambiano a sipario aperto in pochi secondi. Le musiche originali, gradevolissime, sono di Bruno Lanza e Leo Barbareschi, i costumi di Zaira De Vincentiis, le luci di Francesco Adinolfi.
 
Uno spettacolo attualissimo, con i soliti guizzi geniali di Carlo Buccirosso (“’O munaciello è peggio di Equitalia, s’arrobba tutt’ cos’!”), sulla crisi della fede e dei valori, sull’omosessualità, sulla privacy impossibile specie nei paesini ai tempi di Facebook, sulla situazione non florida nemmeno nella chiesa, che assomiglia sempre più ad un teatro farsesco. Risate e contenuti validi, come raramente se ne trovano in testi nuovi, originali; per tutto questo ci risulta difficile credere che il bravo Buccirosso faccia sul serio quando, in alcune battute della rappresentazione, mostra di non gradire particolarmente il cinema di Nanni Moretti. Oltre due ore di commedia senza pause, fin quando Don Guglielmo annuncia a tutti i presenti che “la messa in scena è finita, andate in pace” e sul chiudersi del sipario abbraccia affettuosamente il personaggio che si è rivelato gay, che non nominiamo per non rovinare una delle tante sorprese. Lunghi, generosi applausi per Carlo Buccirosso alla sua prima al Cilea di Napoli; lui ringrazia rigorosamente, a modo suo, fa prendere tanti applausi anche alla sua bella compagnia, non parla ma lascia parlare la soddisfazione del suo pubblico, il teatro, la vita.

Cristiano Esposito
 
                        
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giovedì 31 ottobre 2013

L'"uomo e galantuomo" della coppia Imparato-Esposito firmato D'Alatri in scena al Diana di Napoli

"Uomo e galantuomo" è un testo sospeso tra la farsa e il dramma, scritto da un giovanissimo Eduardo De Filippo nel 1922 per il fratellastro Vincenzo Scarpetta. Fu allungato da uno a tre atti nel 1933, quando assunse anche il titolo attuale dopo essere andato in scena nel 1924 come “Ho fatto il guaio? Riparerò”. Una storia incentrata sul tema della pazzia, o presunta tale, piena di spunti irresistibilmente comici (rimangono proverbiali battute come "'nzerra chella porta!" o il tormentone "Je tengo 'na buatta...") e che miscela elementi del "Teatro Umoristico I De Filippo" e dell'Eduardo maturo, successivamente allo scioglimento del trio con i suoi due fratelli. Un'opera metateatrale, un vero e proprio esempio di teatro nel teatro di pirandelliana memoria, accompagnato da un esilarante gioco di equivoci fino al conciliante finale. La messa in scena diretta da Alessandro D'Alatri appare sobria, asciutta, rapida; è la visione di quest'opera di Eduardo colta dall'occhio di un regista non napoletano, senza eccessi nè folclorismi se si eccettuano i personaggi femminili vivacemente caratterizzati. A parte qualche invenzione comica sciorinata dal brillante Giovanni Esposito, nel ruolo di Attilio, e l'intermezzo in proscenio tra il secondo e il terzo atto, c'è grande rigore filologico, stretta aderenza al testo originale e al suo linguaggio. 
 
La scalcagnata compagnia teatrale "L'eclettica" porta in scena "Malanova" di Libero Bovio, con scarsi risultati, nella località turistica balneare di Bagnoli. Qui si ritrova coinvolta, suo malgrado, in un incrocio di equivoci e tradimenti borghesi che evidenzieranno le contraddizioni tra l'apparire e l'essere, il perbenismo di una certa classe sociale abbiente. Davanti alle difficoltà della vita e ai propri errori non è sempre facile mantenersi in equilibrio tra le necessità dell'uomo e le regole del galantuomo.  Qui il dramma dei borghesi viene interpretato con più talento e meno improvvisazione rispetto alle messe in scena de "L'eclettica". Ne vien fuori che il ceto benestante è spesso più bravo a recitare sul palcoscenico della vita, più a suo agio in ruoli in cui conta soltanto l'apparenza. Chi deve lottare per sopravvivere e per vincere la fame ogni giorno, come gli artisti di una volta, risulta più spontaneo. Viene dunque da chiedersi: chi è davvero l'uomo e chi il galantuomo? 

Tre atti, un primo con toni da farsa e i restanti due più drammatici, che rievocano in D'Alatri "profumi di Goldoni, Shakespeare, e anche un po' di quel teatro dell'assurdo che va da Osborne a Beckett a Jonesco". Il segreto è senz'altro la sapiente dialettica di Eduardo tra comico e tragico, che diverte, spiazza ed emoziona ancora, a quasi un secolo di distanza. Lo spettacolo, recentemente vincitore del Premio Camera di Commercio di Savona al Festival di Borgio Verezzi, può contare su una buona recitazione corale in cui spicca il mestiere di Gianfelice Imparato, il brio di Giovanni Esposito e la bravura di interpreti come Alessandra Borgia, Antonia Truppo e Valerio Santoro (le cui mosse da finto pazzo ricordano a tratti un certo Vincenzo Salemme). Non  sono da meno Fabrizio La Marca, Gennaro Di Biase, Giancarlo Cosentino, Roberta Misticone e Lia Zinno. Le scene scarne ed essenziali di Aldo Buti mettono la drammaturgia al centro della rappresentazione con un tocco di antirealismo. Eleganti e raffinati i costumi di Valentina Fucci.

Cristiano Esposito

                                                
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mercoledì 30 ottobre 2013

L'esseoesse di Biagio Izzo dà il via alla stagione del teatro Augusteo di Napoli

Tocca ad un onoratissimo Biagio Izzo aprire il cartellone 2013/2014 del teatro Augusteo di Napoli. E l’attore comico napoletano lo fa con il suo nuovo spettacolo, “Esseoesse”, scritto con Bruno Tabacchini e diretto da Claudio Insegno. La rappresentazione racconta le vicissitudini di un turista partito da Sharm El Sheikh per una escursione alle piramidi su un piccolo aereo che sorvola il Sahara. Un’avaria costringe ad un atterraggio di fortuna e i berberi sopraggiunti per salvare i passeggeri  non si accorgono che nel bagno, stordito, è rimasto un uomo. Biagio si ritrova così solo nel deserto rifugiandosi in una provvidenziale oasi, un luogo rassicurante ma troppo distante dalla realtà in cui è abituato a vivere. Scoprirà presto che gli manca tutto quello che maledice nella vita quotidiana: il lavoro, la famiglia e gli affetti. L’unico punto di contatto col mondo è la radio di bordo estratta dalla cabina di pilotaggio dell’aereo, che continua a trasmettere canzoni napoletane neomelodiche mandando a vuoto i tentativi di Biagio di lanciare richieste di aiuto. Nell'oasi ci sono le condizioni di sopravvivenza, ma il sole batte forte in testa e produce strani effetti: il turista disperso comincia a vedere intorno a sé ombre e figure che lo tormentano e gli tengono compagnia allo stesso tempo. Odalische sinuose si alternano a berberi, beduini, preti, soldati (tutti interpretati dal bravissimo Francesco Procopio, che mette in mostra il suo eclettismo fino a trasformare a tratti in sua spalla lo stesso Izzo, col quale vige una collaudata intesa), e ad altre allucinazioni e miraggi. Nel secondo atto Biagio sembra ambientarsi nel deserto in cui è costretto a vivere suo malgrado, in un "Cast away" tutto napoletano con perfino una moglie-fantoccio con cui discutere come se fosse a casa. Trova il suo equilibrio esistenziale proprio in quell’oasi che simboleggia il luogo immaginario della mente umana dove ognuno trova rifugio dalla vita frenetica e dalle preoccupazioni di tutti i giorni. L'oasi è sinonimo di pace, ma è anche una condizione che a lungo andare appare anomala. Ecco allora che Biagio comincia a credere di essere morto, di trovarsi nella pace eterna. Il rullare di un elicottero e il suo amico Francesco che viene a soccorrerlo, però, lo costringono a cancellare questa idea, proprio ora che si sentiva più vivo nell'aldilà che si era costruito che nella sua vita vera e propria.

Il format di uno spettacolo di Biagio Izzo è ormai ricorrente e consolidato. Un prologo video con i titoli di testa, l’incipit di una trama più o meno consistente che ad ogni modo lascia presto spazio ai monologhi di chiara matrice cabarettistica del protagonista, strani personaggi che lo circondano, un corpo di ballo a intervallare i numeri comici e finale con una più seria riflessione sull’essere umano e sui suoi problemi attuali. E il tutto continua a funzionare con l'apprezzamento di un pubblico affezionato che apprezza un tipo di comicità sopra le righe, chiassoso e vistoso, ma sempre genuino e ben interpretato.


Le belle scene di Luigi Ferrigno portano sul palco la fusoliera di un velivolo semisommersa dalla sabbia del deserto. Manca un guizzo nelle stereotipate musiche di Jacopo Fiastri. I costumi sono affidati alla celebre Graziella Pera, l'efficace disegno luci a Massimo Tomasino, le coreografie a Manolo Casalino. Uno spettacolo semplice e costruito per far evadere il pubblico, proprio come vuole, per due ore di risate e disimpegno, facendolo identificare nelle beghe odierne del personaggio in scena.


Cristiano Esposito

                                                
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lunedì 21 ottobre 2013

Marisa Laurito è "La signora delle mele" al teatro Cilea di Napoli


Sono Marisa Laurito e Giuseppe Zeno, protagonisti della commedia musicale "La signora delle mele", a dare il via al cartellone in abbonamento del teatro Cilea di Napoli. Il testo di Riccardo Manaò riscrive la novella di Damon Runyon «Madame La Gimp» ("gimp" in inglese significa zoppa e la Laurito entra davvero nel personaggio quando, ironia della sorte, durante la stagione scorsa si rompe il perone al terzo giorno di prove), da cui venne Frank Capra trasse ben due film: "Signora per un giorno" (1933) e "Angeli con la pistola" (1961). E' la storia di Annie (qui Regina), la barbona di Broadway col vizio dell'alcool, che vive di espedienti e vende mele, simbolo di New York, e di Dave "lo sciccoso", gangster che lascia intendere dalla sua prima entrata in scena di essere troppo buono per il "lavoro" che si è scelto. Convinto di ottenere dalle mele che acquista da Annie buona sorte nei suoi affari legati al proibizionismo, la aiuterà a trasformarsi nella signora che alla figlia lontana diceva di essere quando questa arriva in America col promesso sposo e suo padre.
 
L'avenue di Broadway, tutto apparenza e finzione di una realtà splendida e luccicante, rappresentato al tempo della grande depressione del 1929, si rispecchia nel personaggio di Annie, costretta però alla fine a rivelare la verità a sua figlia. Ad ogni modo, grazie ancora all'aiuto di Dave, nell'happy end trionferà ancora una volta la menzogna a mettere le cose in ordine. Più di trenta attori in scena, alcuni dei quali validi ballerini e cantanti anche se poco "sfruttati" dalla rappresentazione, e alcuni inconvenienti nei microfoni fanno perdere qualche parola al pubblico. Marisa Laurito riesce ancora a catalizzare l'attenzione anche se la sua tradizionale verve appare in qualche modo ingabbiata. I momenti migliori sono senz'altro quelli che la vedono alle prese con la musica, come nell'occasione della probabile citazione di "Casablanca", quando canta accompagnata al piano dal nero Charlie Jacobs Cannon. Giuseppe Zeno è a suo agio nel ruolo di Dave e mostra un buon physique du rôle, pur se anche qui il testo pare non dargli modo di fare qualcosa in più. Attorno a loro un cast di tutto rispetto di attori esperti come Mimmo Esposito (uno dei migliori certamente), Antonio Ferrante, Mario Santella e Giuseppe De Rosa. 
 
L'azione, tra voci afro americane, blues e jazz dei primordi e le grandi orchestre nere e bianche che facevano danzare il mondo e lo distoglievano dalla crisi, non decolla, troppo pochi e deboli i guizzi comici o drammatici. In questa favola moderna manca qualche invenzione per rendere il tutto più spettacolare; diversi personaggi appaiono troppo "normali", neutri, senza la necessaria caratterizzazione. Note positive i costumi di Mariagrazia Nicotra, le scene di Bruno Garofalo, che cura anche una regia corale e snella, proiettate su quinte e pannelli mobili con le immagini videografiche di Claudio Garofalo, e le (poche, per una commedia musicale) canzoni in pieno stile jazz composte da Nicola Piovani su versi di Vincenzo Cerami, che danno colore e consistenza alla messa in scena.

Cristiano Esposito

                          
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giovedì 17 ottobre 2013

La comicità che non invecchia: il ritorno dei Trettrè al teatro Cilea di Napoli

Oggi è ancora possibile ridere come si rideva una volta. Lo dimostra la reunion dei Trettrè al teatro Cilea di Napoli. I loro sketch surreali, demenziali ma con una buona dose di intelligenza (oggi sempre più rara), funzionano ancora e la loro tenuta premia la rinuncia a cambiare uno stile solo perché sono cambiati i tempi. Mirko Setaro, Edoardo Romano e Gino Cogliandro non si sono mai lasciati, si sono solo allontanati quando fare spettacolo insieme era diventato un lavoro, un’abitudine. La televisione a metà degli anni '90 stava andando in una direzione che non gli apparteneva, e non apparteneva alla tradizione della loro comicità. I Trettrè tornano oggi a divertirsi insieme dopo diciotto anni. L’emozione è palpabile, il luogo del delitto scelto per la rimpatriata è quel teatro Cilea che li vide esibire insieme per l'ultima volta diciotto anni fa. Senza nessuna paura della locuzione latina "nemo propheta in patria". Anche perché si tratta di una festa per i trent’anni di carriera, un'occasione speciale per riportare in scena gli sketch storici rivisti e corretti alla luce dell’attualità. 

Trent'anni fa il trio Setaro-Romano-Cogliandro arrivava al grande successo nazionale con la trasmissione televisiva “Drive in"; il tempo è passato ed ha lasciato i suoi segni, ma con loro si è rivelato un vero galantuomo. E, soprattutto, la classe ed il talento non sono acqua. I Trettrè sono ancora dei signori attori comici e passano con ottimi voti anche questa prova. La loro comicità è tutta nelle parole pronunciate durante la conferenza stampa di presentazione dello spettacolo, intitolato "Eccezionalmente...Trettrè": “Sarebbe bello, come si faceva un tempo, far ridere non necessariamente con battute colorite, ma soprattutto ponendo all’attenzione del pubblico un messaggio, una riflessione da accentuare poi in chiave comica e parodica quasi come se fosse una distorsione della realtà quotidiana stessa di cui tutti, bene o male, siamo partecipi e in cui, solo in quel modo, riusciamo ad identificarci”. Non escludono nemmeno una seconda vita artistica insieme: “Ci godiamo il momento senza alcuna preclusione ed esclusione e attualmente ci preme far divertire nel miglior modo possibile il pubblico, cercheremo di coinvolgerlo con tutta la nostra simpatia”.

Gli sketch sono spesso irresistibili, i personaggi riportano alla mente piacevoli ricordi attingendo al passato ma con brillanti incursioni nell'attualità. Si spazia dalla Corrida allo Zecchino d'oro (due antesignani italiani degli odierni reality), dalla classica scenetta all'ufficio postale alle vendita promozionali di gondole in plastica, fino a chiudere con l'ufficio di polizia, uno dei cavalli di battaglia di "Drive in". In mezzo freddure flash, comicità nonsense e guizzi ancora notevoli.
In scena con i Trettrè anche il corpo di ballo formato da Tonia Sequino, Roberta Maria, Monica Caruso e Alessia Di Maio; i costumi sono di Maria Pennacchio, le luci di Mario Esposito e l'organizzazione di Patrizio Tabacchini. Lo spettacolo è buon motivo per andare a teatro ad applaudire un pezzo importante di comicità italiana, ai cui esponenti non si può non voler bene, non foss'altro per le tante risate pulite che ci hanno regalato raccontando vizi e virtù della città partenopea e non solo. Come dice Setaro in scena, commentando gli sketch: "questo è quello che succedeva anni fa...oggi è molto peggio".


Cristiano Esposito
                          
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